#34 Even your coldest winter, happens for the best of reasons

19:53 Ludovica De Joannon 4 Comments

È arrivato in un martedì dal cielo invernale e polveroso, respirando sulle chiome rossastre degli aceri una melodia impercettibile dagli echi nostalgici, un canto malinconico scritto in scala minore.

Nel silenzio sottile delle prime ore del giorno, mentre il paesaggio sfilava muto fuori dal finestrino, ho chiuso gli occhi, cercando dentro di me la magia che ogni nuovo inizio porta sempre con se. 

Ma dicembre è un mese complicato. Complicato perché nelle sfumature della sua alba si avvertono già i toni del tramonto, in una combinazione insolita di inizio e fine, felicità e tristezza. 

Quel mix che ho ormai imparato a riconoscere nei mesi vissuti qui, nella solitudine di questo paesino texano, lo stesso che ha saputo darmi nuovi spunti, farmi sorridere per le piccole cose e rimpiangerne altre con le lacrime agli occhi. Ma in questi giorni i contrasti interiori si sono accentuati e alla domanda "come stai?" non saprei trovare una risposta che corrisponda al vero, parole abbastanza intense da esprimere la forza di queste emozioni da cui vengo costantemente travolta. In questo mese di luci e candele profumate,mani congelate e sospiri sospesi nel freddo mattutino, pensare a tutta la strada che ho fatto per arrivare fin qui mi lascia uno strano senso di stanchezza addosso, e la sensazione che se dovessi ricominciare, forse non sarei in grado di sopportare un'altra volta certi momenti, certe giornate, certi pensieri che hanno attraversato la mia mente da agosto fino ad oggi.

Sarà quella stanchezza che si avverte alla fine di una lunga giornata, la monotonia di una quotidianità che ho ormai costruito e in cui spesso mi ritrovo da sola, il non riuscire a riconoscersi, il mancarsi...

Sarà  che il minestrone in scatola ha sostituito quello di papà, o quel momento in cui la mia sorella ospitante abbraccia la madre all'improvviso e mi ritrovo a desiderare di poter fare lo stesso con la mia, che cinque mesi sono lunghi e che,nonostante questo, non ci si abitua mai a una mancanza, a un'assenza. 

Saranno i messaggi che i miei amici si mandano, e quel senso di lontananza che mi pervade quando penso a cosa avrei risposto se adesso non mi trovassi qui; sarà il non poter passeggiare in un banalissimo venerdì pomeriggio e fermarsi a prendere una cioccolata calda quando mamma stacca da lavoro, il sentirsi ancora a disagio quando apro il frigo, il rileggere vecchie conversazioni con mia sorella, il "posso andare a dormire da Chiara?" e il "chi mi porta a pianoforte oggi?" 

Dicembre è un mese complicato.

E’ svegliarsi alle cinque di mattina e camminare su un tappeto di foglie nel buio che avvolge il porticciolo di casa, stringersi nel cappotto e guardare le stelle che brillano come lucciole nel cielo.  È mandare un buongiorno e chiedersi come staranno trascorrendo quella giornata in Italia, è controllare il meteo di due posti distanti un oceano, guardare l’orologio e automaticamente aggiungere sette ore, contare i giorni che mancano alle vacanze, maledire l’ennesima buca e il caffè che minaccia di rovesciarsi sul sedile della macchina. 

Ma dicembre è anche avere un vero abete in salotto o una calza con la propria iniziale appesa al camino,  è un pacco sul mobile della cucina in attesa di essere spedito e le lettere e e i libri e le parole lette alla luce del fuoco. È respirare amore, gioia, gratitudine. È saper perdonarsi e saper perdonare. È piangere perché in fondo casa ti manca, ed è asciugarsi le lacrime perché in fondo a casa ci sei già. È capire chi sei, e chiedersi chi sarai tra una manciata di secondi. È svegliarsi col sorriso e addormentarsi con le lacrime. È ricevere un abbraccio dalla tua mamma ospitante in una domenica dai pensieri tristi ed è sapere che nonostante tutto un modo per rialzarsi c'è sempre. 
Dicembre è tante cose, persone, esperienze e promesse, ma sopratutto, e in modo estremamente profondo, è tante, infinite, meravigliose emozioni. 


Travel isn’t always pretty. It isn’t always comfortable. Sometimes it hurts, it even breaks your heart. But that’s okay. The journey changes you; it should change you. It leaves marks on your memory, on your consciousness, on your heart, and on your body. You take something with you. Hopefully, you leave something good behind.

Anthony Bourdai



4 commenti:

#33 The hush before winter

20:23 Ludovica De Joannon 0 Comments

Novembre.

Tutto sta cambiando intorno e dentro di me. Il paesaggio che si tinge d’arancio bruciato, le foglie che si staccano con malinconia dagli alberi per posarsi su fredde strade solitarie nel sublime silenzio mattutino, il cielo che pare sbiadirsi in lacrime di pioggia sospinte da frizzanti venti autunnali. Mi sento parte di tutto ciò, un tratto di pennello che si è aggiunto a questo quadro quasi senza volerlo, e quasi senza accorgersene in un tempo indefinito, una frazione di secondo, battito di cuore, sospiro nel buio della notte. 

E in quell’attimo tutto è cambiato, ciò che ti rendeva triste adesso è la causa del tuo sorriso, ciò che ti preoccupava diventa la certezza sulla quale costruisci la tua felicità, ogni giorno, con la forza che trovi in quello che ti circonda, nei sorrisi che fino a tre mesi fa non sapevi riconoscere e che adesso sono un po' la tua casa, il tuo rifugio.

Il tempo vissuto qui mi ha regalato nuove prospettive, esperienze che mi hanno arricchito, persone che stanno cambiando la mia vita profondamente, obiettivi che hanno spostato la linea del mio orizzonte un po’ più lontano dal punto di partenza. Sto trovando me stessa qui, e credeteci quando vi dicono che si può sempre avere un nuovo inizio, che la magia sta nel saper scegliere chi vogliamo essere, avere la libertà di decidere dove vogliamo andare da qui in avanti.

Perché è davvero così, tutto dipende da noi e soltanto noi abbiamo il potere di cambiare ciò che non ci rende felici e che invece ci ferisce. Sta a noi decidere se vale la pena soffrire per una situazione, per una persona, per una delusione che pesa come un macigno o per quei silenzi dagli echi infiniti. Sta a noi renderci conto che la serenità la si trova nelle piccole cose, nei piccoli gesti, negli atti di bellezza che non ti aspetti e che ti sorprendono in una giornata più difficile delle altre. E imparare a concederci questa serenità richiede tanto tempo quanta forza interiore, e spesso il prezzo da pagare ha il sapore salato delle lacrime. Ma la scelta è solo tua, e anche quando pensi di aver toccato il fondo hai sempre due alternative: o resti giù, incatenata alle paure e ai mostri che genera la tua mente, oppure ti dai la spinta per risalire con il coraggio e la forza che trovi nelle parole delle persone amate, dei libri imparati a memoria, della tua voce interiore che ti sprona a resistere, ad andare avanti anche quando il vento non soffia dalla tua parte.

Chi ha detto che deve essere semplice? 

Sono gli ostacoli a rendere il percorso più avvincente, le difficoltà a regalarti le soddisfazioni più grandi quando, guardandoti indietro, ti rendi conto di quanta strada hai percorso, di quante salite sei riuscito a superare. E nel momento in cui non hai più radici che ti intrappolano in un luogo, ti innamori della libertà che hai conquistato con il sacrificio che comporta un cambiamento improvviso, e capisci che una volta imboccata questa strada non hai più la possibilità, né tantomeno il desiderio, di tornare indietro.



"How do you know what a dream is if you never accomplished one?How do you know what an adventure is if you never took part in one?How do you know what anguish is if you never said goodbye to your family and friends with your eyes full of tears? How do you know what being desperate is, if you never arrived in a place alone and could not understand a word of what everyone else was saying? How do you know what diversity is if you never lived under the same roof with people from all over the world? How do you know what tolerance is, if you never had to get used to something different even if you didn’t like it? How do you know what autonomy is if you never had the chance to decide something by yourself? How do you know what it means to grow up, if you never stopped being a child to start a new course? How do you know what being  helpless is, if you never wanted to hug someone and had a computer screen to prevent you from doing it? How do you know what distance is, if you never, looking at a map, said “ I am so far away”? How do you know what a language is, if you never had to learn one to make friends? How do you know what patriotism is, if you never shouted “ I love my country” holding a flag in your hands? How do you know what the true reality is, if you never had the chance to see a lot of them to make one? How do you know what an opportunity is, if you never caught one? How do you know what pride is, if you never experienced it for yourself at realizing how much you have accomplished? How do you know what seizing the day is, if you never saw the time running so fast? How do you know what a friend is, if the circumstances never showed you the true ones? How do you know what a family is, if you never had one that supported you unconditionally?. How do you know what borders are, if you never crossed yours to see what there was on the other side? How do you know what imagination is, if you never thought about the moment when you would go back home? How do you know the world, if you have never been an exchange student?" 

0 commenti:

#32 AND I WOULD UNDERSTAND IF YOU CAME BACK DIFFERENT…

08:31 Ludovica De Joannon 1 Comments


 
Le strade baciate dal sole autunnale, i pick ups della Ford e le chiome degli alberi che iniziano a tingersi d’arancio come le zucche sui porticcioli delle case.

La curva di Pine Road, immersa nel verde, e il sollievo quando finalmente incontra la via di casa.

La sveglia delle cinque e venti, il freddo pungente e le stelle brillanti nel buio delle prime ore del giorno.

Il martedì e il venerdì  per le partite di pallavolo; il mercoledì per le gare di cross country.

Le riunioni con i seniors, i progetti per il fall festival, le magliette personalizzate e  il fantasticare sulla Graduation.

La schedule della stagione di pallavolo appesa al lato del letto, io che la controllo ogni mattina, il borsone nero con il numero otto, il ghiaccio sulla caviglia e le scarpe di cross country irriconoscibili dopo un allenamento nel fango.

Il supporto dei coaches, il tifo della scuola, il “mine, mine” per confondere l’altra squadra, il “you’re almost done” durante una gara di cross country quando, in realtà, sei solamente a metà tragitto.

L’ora di inglese, l’unica classe in cui si può mangiare; la classe di governo e storia americana per lo scheletro appeso alla finestra, le zucche sul davanzale, le caramelle Tootsie roll e le candele al sidro di mele; matematica all’ottavo periodo per Peyton, l’unica a frequentare trigonometria con me, e il professore che mi vuole nel team della scuola.

La mia mamma ospitante quando torna a casa con le buste della spesa, io che mi offro di aiutarla e lei che sorride. Il sarcastico “shut up Spaghetti Madness” del mio papà ospitante quando sono silenziosa e immersa nei miei pensieri.

Le conversazioni con l’Italia, vuote e deludenti; gli ultimi messaggi con la mia famiglia, intorno alle tre, e la tristezza che si avverte nella mia “buonanotte” e nella loro “buona giornata”.

Ottobre, il caffè, il piumone, il tempo che passa, il Pink Out di martedì, Halloween, il pumpkin spice latte, i cinnamon rolls, le scommesse su quale professoressa bacerà un maiale durante il pep rally, i weekends e le ciambelle della domenica, il terzo mese in America, il cibo messicano e i tacos al posto del pane, la gioia del cucinarsi un piatto di pasta, la nostalgia e l’eccitazione del vivere lontano da casa, il Thanksgiving che si avvicina, la senior night, le foto per l’annuario, la classe del 2016, le giornate sempre più fredde, gli allenamenti di cross country subito dopo scuola, la lista di propositi e la sorpresa quando ti accorgi che, per la prima volta, li stai rispettando, i messaggi con quei professori che non hanno mai smesso di starti vicino, il porridge alla cannella, la musica country e gli stivali texani, gli scoiattoli nel giardino di casa e i cerbiatti ai lati della strada, Brenlee che cade dal letto mentre dorme, Montana che sta imparando l’italiano, Donald che muore dalle risate guardando The big bang theory, Paula che fa il possibile per farmi sentire a casa e che, con la sua dolcezza, ci sta riuscendo… la consapevolezza che tutto questo mi mancherà.

… THERE IS A LOT TO LOSE AND FIND OUT THERE, MORE THAN YOU’LL EVER KNOW.

1 commenti:

#31 lettera ai miei genitori

18:05 Ludovica De Joannon 1 Comments

07 settembre 2015

Cari mamma e papà, 
finalmente questa lettera è tra le vostre mani. Le parole che i vostri occhi stanno inseguendo su questo foglio bianco hanno fatto un lungo viaggio: non solo perché provengono dall'altra parte dell'oceano, ma sopratutto perché non sarei mai stata in grado di scriverle se io stessa, per prima, non mi fossi messa in discussione, l'anima a nudo davanti allo specchio delle incertezze. 
L'immagine che vedo in quella lastra è sfocata, e probabilmente lo sarà sempre: quanto è imprevedibile il viaggio di una vita? 
Io credo che lo sia abbastanza per fermarsi a pensare, guardarsi dentro, e accettare il fatto che i nostri sogni, i nostri progetti, le nostre percezioni sono sempre soggetti a un cambiamento, a un continuo scorrere del tempo che non ti offre una seconda possibilità. E per questo sto imparando a vivere il momento, intensamente, a non lasciarmi sfuggire quelle occasioni che probabilmente non si ripresenteranno sul mio cammino un'altra volta... 
Ma sto imparando anche l'arte della pazienza e la magia della solitudine, che sa regalarti momenti così profondi da far commuovere, ad ascoltare di più e a intervenire soltanto dopo un'attenta riflessione, non più a sproposito come mi capitava prima.
Sto lavorando molto sulla mia personalità, e inizio a vedere in maniera del tutto nuova valori quali il rispetto per la diversità, l'indipendenza, la gratitudine per un sorriso o anche solo uno sguardo ricambiato. Inizio a capire che la forza va cercata in se stessi e che non esiste sogno irrealizzabile, obiettivo irraggiungibile. Basta crederci. Basta avere la giusta attitudine: grinta, passione e coraggio. E se prima mi spaventava o imbarazzava lottare per far valere le mie idee, o anche solo per far si che i miei pensieri venissero ascoltati, adesso so che non c'è cosa più importante che riuscire a farsi valere in quella piccola porzione di mondo che tocchiamo quotidianamente. Avverto questa rivoluzione dentro di me che non posso, e certamente non voglio, fermare, perché è meraviglioso scoprire ogni giorno un nuovo lato della propria personalità, un aspetto che non si pensava di avere. Le prime settimane mi sono sentita fragile, di quella fragilità cristallina con la quale devi vedertela da sola perché nemmeno una mano amica sarebbe tanto delicata da curarla... Ma ho superato quella fase, cadendo e rialzandomi, piangendo e asciugandomi le lacrime con una nuova determinazione.
 Sapete, quest'esperienza è un susseguirsi di sfide: se ne superi una vinci una lezione di vita. E magari, se sei fortunata, una dose extra di fiducia in te stessa. 
Vorrei poter mettere per iscritto tutto quello che provo ma nel momento in cui i pensieri si traducono in parole, ce ne sono altri mille che affollano la mia mente e spesso sono contraddittori, o ancora da esplorare da vicino... Questo perché ho tantissimo da imparare, e sarà sempre così, anche al termine di questa seconda vita americana. Perché sta cambiando il mio modo di osservare il mondo, di riflettere, di giudicare, di rapportarmi, di affrontare la vita... E mi rendo conto che senza di voi non avrei potuto sperimentare nulla di tutto questo, avrei continuato a trascinarmi tra le vie del centro facendo finta di divertirmi perché funziona così, avrei continuato a preoccuparmi di ciò  gli altri pensino sul mio conto o di cosa sia la cosa giusta da dire, se essa esiste veramente, persino in compagnia degli amici. Grazie per avermi dato la possibilità di cambiare prospettiva e osservare il mondo da un campo giallo di erba texana, di perdermi in questo immenso cielo trapuntato di stelle che così luminose non se ne vedono da noi. Grazie perché sto imparando ad apprezzare le piccole cose, i piccoli gesti, a vivere con gioia ogni momento, senza vedere la felicità come una destinazione finale. La mia gratitudine va oltre quanto possa esprimere a parole, è un qualcosa che vi dimostrerò con lo scorrere del tempo, con il passare degli anni forse...
Sono la ragazza più fortunata della terra perché posso indirizzare il mio affetto a persone come voi, ed essere orgogliosa dei miei genitori. 
Vi voglio bene, 
Ludovica.

1 commenti:

#30 Keep going... (47 days)

21:09 Ludovica De Joannon 0 Comments


18 luglio 2015. Ore 8:48

 

Arriva all'improvviso, lampo fulmineo, la consapevolezza che tra dieci giorni, dieci brevissimi giorni, a quest'ora sarai in macchina, direzione aeroporto Roma Fiumicino e prenderai il volo che hai atteso per settimane, addirittura mesi, qualcuno forse anni. E mentre lo realizzi è in realtà come se non te ne rendessi davvero conto: mancano 10 giorni, hai tracciato un'altra X, aperto l'applicazione del countdown sedici volte per esserne certa eppure quella data appare così distante, lontana, impalpabile. Tra la te di adesso, sdraiata in un leggo cigolante, con la tua migliore amica che continua a dormire e un panorama mozzafiato fuori dalla finestra, mare montagne cielo, e la te del 28 luglio, c'è una distanza che soltanto i saluti potranno in qualche modo colmare. Saranno il ponte definitivo che ti collegherà a quella giornata strana, folle, emozionate. Dopo i saluti, nient'altro. Ti girerai un'ultima volta e ti specchierai nei sorrisi e nelle lacrime della tua famiglia, farai un cenno con la mano, riafferrerai la tua valigia e ti volterai definitivamente, con meno paura perché non hai alternative. Ti farai coraggio, non sei ancora sola, ci sono altri ragazzi che stanno vivendo le tue stesse emozioni e sono li, affianco a te, in attesa di salire su quell'aereo che atterrerà a New York, dall'altra parte dell'oceano. In quelle dieci ore seduta affianco al finestrino, passerai la maggior parte del tempo osservando le sfumature del cielo e lascerai correre la Tua mente tra le nuvole e ti ripeterai "andrà tutto bene". Sonnecchierai, guarderai un film, conterai le ore che mancano all'atterraggio, sognerai i grattacieli e una camera d'albergo, la tua famiglia ospitante in aeroporto, la valigia che preghi riconoscerai  tra le tante. Sarai stanca, emozionata, trepidante, ansiosa. Sarai quel mix di emozioni che hai imparato a riconoscere, montagne russe di felicità e tristezza. Incontrerai persone con altre direzioni, sentieri uguali eppure diversi. Riderai tanto perché è l'inizio del tuo viaggio e non potresti essere più felice …

 

03 settembre 2015. Ore 18:43.

Ho trovato queste parole salvate tra le tante note del mio cellulare. Mancavano giusto dieci giorni alla mia partenza. Adesso ne sono passati trentotto. Ebbene si, il primo di questi dieci mesi in America, si è concluso lasciandomi una particolare sensazione addosso. Proprio come quel 18 luglio, non so come reagire a questo scorrere del tempo… un attimo mi sembra che stia volando e quello dopo è come se non scorresse mai. Mi trovo a pensare di voler stare qui e scoprire cosa quest’esperienza ha in serbo per me, e contemporaneamente mi sorprendo a vagare sul calendario a contare i giorni che mi separano dal ritorno in Italia…

12 settembre 2015

La routine di un americano è folle. La routine di un americano che è nella squadra di pallavolo è folle. La routine di un americano che è nella squadra di cross country è folle. La routine di un americano che è sia nella squadra di pallavolo che in quella di cross country è folle.

La routine di un exchange student che finge di essere americano e che si trova coinvolto in entrambi gli sport… beh, lo è ancora di più.

Sono le 5:30, la sveglia suona. A tentoni blocco l’allarme e mi rigiro nella copertina rossa cercando di non pensare alla lunga ed estenuante giornata che mi aspetta. Prendo coraggio e rotolo giù dal letto dove giace l’uniforme di pallavolo. La indosso al buio, cercando di fare il meno rumore possibile dal momento che la sorella ospitante preferisce dormire più a lungo. Prendo il borsone con ricamato il numero 8 sulla tasca frontale, afferro lo zaino carico di libri e, in punta di piedi, raggiungo la cucina. Mentre aspetto che il caffè sia pronto preparo la colazione e il pranzo da portare a scuola: panino, verdura, frutta. Drinnn. Verso il caffè in una tazzona e lo porto con me in macchina: bollente e rigorosamente nero. Sono le sei  e via, a sfidare il buio e a cercare le ultime stelle di una notte che è ormai giunta al termine. Dieci minuti di macchina e siamo a scuola. “ have a good day”, “thanks, you too”. Salutiamo la mamma ospitante e ci avviamo verso lo spogliatoio senza troppo entusiasmo. Indossiamo ginocchiere e calzettoni e andiamo a preparare il campo. Due ore di allenamento fino alle otto e mezza, poi un’ora di atletica come first period. La campanella suona. Abbiamo tre minuti per raggiungere la prima classe. E così inizia la corsa da un’aula all’altra, da un corridoio all’altro, sempre in ansia perché un ritardo può incidere sulla media scolastica. Government, tutorial, anatomy and phisiology, english IV, phisics e lunch. Mi siedo al tavolo con la squadra di pallavolo e cerco di non lanciare occhiate di esplicito disgusto alle specialità della mensa. Approfitto del wifi per sentire casa: una chiamata skype, una nota vocale. Sono le 13:06 e si ricomincia: speech, US history e Ingeneering Mathematics. Finalmente le lezioni sono finite. Corro all’armadietto nello spogliatoio, mi cambio e indosso la divisa per cross country. Andiamo a correre tra i campi: due miglia al giorno cercando di non romperci le caviglie ed ossa varie. Dopo un’ora sono distesa, agonizzante sul pavimento cercando di respirare. Zoppico fino alla macchina: il papà mi è venuto a prendere. Ci fermiamo allo store per comprare qualcosa, andiamo a casa e mi faccio una doccia. Sono quasi le cinque, tuta e felpone, un frutto, compiti e poi cena, che può essere “free” (ognuno mangia quello che vuole) o un normalissimo pasto rigorosamente consumato sul divano di fronte a un programma di scarso interesse. Sono le otto e mezza e inizio a sbadigliare, ultimi tentativi di lottare contro il sonno ( a letto alle otto e mezza no eh!) e alle nove inizio a cedere. Mi infilo nel letto e guardo le foto appese alla mia destra: cuffiette e pensieri. Spengo la luce e penso a quello che sto vivendo, a un altro giorno che si è concluso, alla mia famiglia e ai miei amici, al fuso orario e a quello che avrei fatto se mi fossi trovata in Italia. Penso al momento in cui riabbraccerò i miei genitori, e a quello in cui dovrò salutare la mia famiglia ospitante. Penso ai miei progressi con la lingua e a quello che ho affrontato, e superato, nelle ultime settimane. Penso che posso farcela, e penso che non ce la farò mai. A quanto siano lunghi dieci mesi e a come il tempo stia volando. Penso alla graduation e all’estate che passero sui libri a studiare quanto non ho potuto qui, al caffè bollente che mi aspetta il mattino seguente…

E così, tra un pensiero e l’altro, le palpebre si chiudono e sprofondo in un sonno senza sogni: il mio sogno, beh, lo sto vivendo ad occhi aperti.

La mia vita qui è una scoperta continua, ogni giorno mi regala qualcosa di nuovo: una lezione, un’esperienza, un’emozione. Sto imparando ad abituarmi a tutto, a cogliere l’attimo e a non dire mai di no, a vivere il presente con intensità, a farmi avanti quando nessuno sembra voler parlare con me, ad accettare quelle differenze che, all’inizio, hanno contribuito a rendere lo shock culturale ancora più forte…

Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, e ora che me ne rendo conto, capisco che non potrei essere più grata e che ne vale la pena, per quanto possa essere difficile, ne varrà sempre la pena.

0 commenti:

#29 Cari exchange students

12:34 Ludovica De Joannon 4 Comments


Cari exchange students,

in attesa di quella fatidica email che tutti abbiamo aspettato, chi più chi meno, con ansia, paura ed emozione. Quelle parole che vi riveleranno il nome della vostra seconda famiglia e dello stato che vi farà da casa per un anno. Quel punto definitivo a mesi e mesi di trepidazione, supposizioni, speranze e aspettative.

Cari exchange students,

seduti nella vostra nuova camera alla quale ancora non vi siete abituati, con lo sguardo perso negli angoli di una casa di cui non conoscete perfettamente ogni dettaglio, di corsa tra gli immensi corridoi di una scuola completamente differente da quella che avete vissuto fino ad esso, cercando di non arrivare in ritardo a una classe che non avevate mai pensato di poter frequentare.

Cari exchange students,

che state accarezzando l’idea di frequentare un anno all’estero proprio come stanno facendo  i ragazzi di cui leggete costantemente i post. Vi considero exchange a tutti gli effetti, anche se partirete l’anno prossimo, anche se non partirete mai. L’abbiamo fatto tutti: cercare informazioni, capire come ci si sente, immaginare cosa si farà, valutare i pro e i contro di un’esperienza che ha inevitabilmente sia aspetti negativi che aspetti positivi.

Cari exchange students,

dedico a voi il post di questo sabato pomeriggio, esattamente l’ultimo sabato dell’estate di quest’anno estremamente folle. Perché so quello che si prova stringendo in mano un biglietto per gli Stati Uniti di sola andata. O quando si incontra la famiglia ospitante per la prima volta o quando al telefono, tua madre, ti fa una semplicissima domanda, “come va?” , e le lacrime cominciano a rigare il tuo volto. So quello che si prova quando bisogna chiedere di ripetere ogni singola cosa tre volte prima di capirla e so cosa significa non riuscire a mostrare chi si è realmente, esprimersi quando le cose che vorresti dire sono tantissime, introdursi in una conversazione tra ragazzi che non hai mai visto prima di quel momento e che probabilmente si conoscono da anni. So cosa vuol dire vivere uno shock culturale e so quanto è difficile non giudicare, ma semplicemente accettare quei modi di fare che non avremmo mai lontanamente immaginato potessero esistere. So cosa significa combattere con la solitudine e con la distanza, con il fuso orario che non ti permette di mandare la buonanotte esattamente nel momento in cui stai per chiudere gli occhi e non quando sei nel bel mezzo di un allenamento di pallavolo.

Cari exchange students,

ognuno nella sua barchetta in questo mare dalle correnti differenti. Continuiamo a remare, giorno dopo giorno, verso una destinazione che ancora non conosciamo del tutto, che forse immaginiamo, che sogniamo, desideriamo.  Una destinazione che forse non raggiungeremo mai, perché come fai a renderti conto della fine del viaggio se da questo ha  origine un modo nuovo di vedere la vita? E come puoi dire che il percorso a un certo punto si interrompe se hai tu il potere di tracciarlo?

4 commenti:

#28 Everything is bigger in Texas

07:16 Ludovica De Joannon 0 Comments


Dicono che in Texas tutto sia più grande.

Le strade, le macchine, le bevande, i cappelli, gli insetti, le porzioni, i negozi, il caffè, le cinture, i crocifissi.

Dicono che in Texas tutto sia più grande;

lo affermano con un certo orgoglio, un pizzico di arroganza.  Glielo leggi negli occhi, l’amore per il loro stato, la chiusura verso gli altri, la convinzione che aldilà di quei confini il mondo sia plasmato a loro immagine.

Dicono che in Texas tutto sia più grande;

e come puoi dargli torto quando, in una notte d’agosto, seduta dietro un furgone, con il vento  contro, i capelli che danzano al ritmo della sua musica, le gambe stese su un tappetto di fieno,  ti guardi intorno, tentando di catturare il paesaggio, il momento, l’emozione con gli occhi e li vedi, i campi che scivolano via, tu che scivoli via, gli alberi che si confondono intorno a te sfumando i confini di una realtà che è ancora sogno. La tua anima non è sazia, i tuoi occhi cercano altro ed è allora che guardi su, in alto, in una notte d’estate con il vento contro, seduta dietro un furgone con le gambe stese su un tappeto di fieno.

Dicono che in Texas tutto sia più grande;

e quando lo dicono hanno ragione. Te ne rendi conto quando il tuo sguardo non riesce a catturare tutte le stelle, a rilevarne la profondità,  a capacitarsi della loro luminosità. Quando resti a bocca aperta perché non hai mai visto nulla del genere. Quando ti sorprendi a ridere e, inaspettatamente, tutte le paure abbandonano la tua mente, e i tremori il tuo corpo, la nostalgia il tuo cuore.

Dicono che in Texas tutto sia più grande;

e pensandoci mi verrebbe da replicare:

niente è più grande,

cittadino del mondo,

semplicemente è,

perché sono qui.
 
 
 
Buon Ferragosto Italia. Oggi, come ieri, il mio pensiero è rivolto a te.

 

 

 

0 commenti:

#27 Volo - primi giorni

13:48 Ludovica De Joannon 0 Comments


28 luglio 2015
29F. Fila centrale. Dei tre posti, quello a destra. Intorno, emozioni. C'è chi si commuove guardando un film con Julia Roberts, e chi chiude gli occhi per vivere l'istante, chi alza il volume della musica e chi guarda fuori dal finestrino, rincorrendo una nuvola, un raggio di sole, il ricordo di un momento speciale. C'è chi non aspetta altro che il carrello con il cibo, e chi si entusiasma del televisori trapiantati sul sedile. Sposto lo sguardo e mi accorgo che Il meraviglioso è nell'intreccio di storie, di vita e percorsi diversi, in questo volo diretto dall'altra parte dell'oceano. Ognuno con la propria valigia, il proprio passato, i propri obiettivi, la propria storia da scrivere, da vivere. Mondi diversi, lingue che si intersecano nel linguaggio umano del muoversi, del viaggiare fisicamente e spiritualmente verso una meta che non è meramente terra e confini ma specchio del proprio pensare, proiezione del sognare su uno sfondo sempre differente, in continuo cambiamento. E cosi ci si ritrova tutti sullo stesso volo. Un amico alla mia destra i cui pensieri sono tutti rivolti a una ragazza Un ragazzo sulla sinistra che gioca a poker da almeno tre ore. La signora che guardando il film "Mangia prega ama" appoggia il viso sulla mano, completamente assorta in un dialogo che mi sfugge. Sulle mia gambe una copertina azzurra. Sulle mie spalle uno sciarpone rosso. Accanto a me un libro che parla di felicità. Nello zaino svariate medicine per il mal di gola. Come mi sento ora? Non è facile trovare le che parole. È diffide descrivere un insieme di emozioni quando queste ti confondono, ti accendono e poi ti spengono e ancora, ancora, ancora. Non credo di aver ancora realizzato tutto quello che sto vivendo.

30 luglio 2015
22A. Alla mia sinistra: un finestrino. L'acqua pare colare sul vetro, liscia, delicata, incessante. Fuori piove e per questo l'aereo è fermo da quarantacinque minuti. Dobbiamo aspettare che il tempo migliori e non ho molto da fare. Ho messo su le cuffiette: musica e foto. E così, mentre guardo queste lacrime di pioggia, rivivo tutti i momenti vissuti qui, a New Tork, la città che non dorme mai. Sarei banale se dicessi che sono stati tre giorni indimenticabili, ma allo stesso tempo sarei sincera quindi lo dico: sono stati tre giorni indimenticabili. Ho conosciuto persone meravigliose, rafforzato legami che avevo già stretto, scambiato idee e opinioni con ragazzi provenienti da tutto il mondo. Spagna, Germania,Brasile, Tailandia... Ogni minuto è stata una scoperta unica. Ho vissuto New York per un pomeriggio e mi è bastato per innamorarmi della cortesia delle persone, dell'accento americano, dei grattacieli che vogliono sfidare il cielo, dei mattoncini rossi e le scale di emergenza fuori dai palazzi, del chiacchiericcio della guida con la maglia rossa, della vista mozzafiato dall'empire, della maestosità della statua della libertà e del vento che soffiava sulla barca. New York è una scoperta continua, un insieme di dettagli che sa renderla meravigliosa agli occhi di chiunque. Ci tornerò, questa è una certezza. Non so quando, non so per quanto tempo, se da sola, con la mia famiglia o con amici, se per studiare o per viaggiare. L'unica cosa di cui sono sicura è che i miei occhi torneranno ad ammirarla, i miei piedi ad attraversarla e il mio cuore a battere al suo ritmo. Mentre scrivo la situazione fuori è peggiorata. La pioggerellina leggera si abbatte ora con violenza sul vetro e il ritardo è diventato di un'ora, ho avuto un momento di ansia, una lacrima si è mischiata alla pioggia. Il comandante dice che cambieremo rotta per non imbatterci nella tempesta e impiegheremo più tempo. Intanto li delle persone meravigliose mi stanno aspettando e questo mi rende ancora più ansiosa. Dovrei calmarmi. Inspirare ed espirare. È nei momenti difficili che si vede la forza di una persona e quest'anno sarà una prova continua, di questo sono certa. Continuo a scrivere questa nota sul telefono per non farmi prendere dal panico. Ormai da quattro ore sono ferma su questo aereo e non potrei essere più in ansia. I miei vicini (una coppia) sono delle persone meravigliose, stiamo chiacchierando e stanno tentando i rassicurarmi. Mi hanno preso dell'acqua e mi hanno detto che non mi lasceranno sola nemmeno quando arriveremo a Dallas. Ho paura, davvero. Ho paura, davvero. Vorrei piangere ma non lo faccio, devo essere forte, superare questo ostacolo. Per la prima volta la pioggia mi è nemica. Ce la devo fare. Finalmente siamo decollati. Guardo fuori dal finestrino e il cielo è sereno, guardo dentro di me e sono serena. È incedibile come quando si è soli si smetta di dipendere dalle persone... Me ne sto accorgendo ora dopo ora. sola, rotta aerea Newark-Dallas-Forth Worth, seduta su un seggiolino di pelle blu affianco al finestrino. Fuori piove: piangi. Fuori c'è il sole: sorridi. Le lacrime si mischiano alla pioggia e la luce dei sorrisi al bagliore del sole. Le nuvole sparse qua e là, batuffoli bianchi nell'immenso blu, dipingono il panorama con leggerezza e mi permettono di guardare giù, puntini di case, ritagli di prati. Come mi sento? Forte. Non so come descrivere questa sensazione, questo modo i vedersi. Se state vivendo quello che sto vivendo io in questo momento capirete sicuramente. Mi sento forte perché lo sto facendo davvero, perché mi sento felice, entusiasta, perché sto imparando a gestire le mie emozioni, ad aprirmi agli altri, a non preoccupami troppo di quello che la gente possa pensare sul mio conto. Questi tre giorni a New York sono stati fondamentali, mi hanno impercettibilmente cambiata, preparata a vivere un'esperienza unica,  irripetibile, straordinaria. Sento davvero che posso farcela, sono certa che  sarà bellissimo.

7 agosto 2015

E questo è stato il mio volo fin qui, in Texas. Sono ormai passati otto giorni e soltanto ora trovo il tempo per fare quello che più mi piace: scrivere, condividere. Non è facile qui, è più dura di quanto pensassi. Mi manca la mia vecchia vita, la mia famiglia, i miei amici, la mia casa, le abitudini che avevo, i gesti quotidiani… mi sto ambientando, piano piano, gradualmente e vado avanti con la certezza che andrà meglio perché ho bisogno di pensare positivo, di essere solare come sempre anche se la maggior parte delle volte vorrei mettermi a piangere. Sto cercando di non pensare troppo, di aprire la mente, di accettare i loro modi di fare anche se vanno contro i miei principi. Sto crescendo, minuto dopo minuto, lacrima dopo lacrima. Avevo sottovalutato moltissime cose quando mi trovavo in Italia e mi rendo conto di essere stata superficiale. Il più delle volte, quando penso ai dieci mesi che mi aspettano, mi sento triste, debole, non abbastanza forte per affrontare questa sfida, ma stringo i denti e vado avanti perché questo è il mio sogno americano, che un po’ spaventa, un po’ stanca e che, in fin dei conti, mi emoziona.

0 commenti:

#26 Bisogna essere molto forti per amare la solitudine (-5)

15:06 Ludovica De Joannon 4 Comments

Cara Ludovica,
ti scrivo perché, conoscendoti, so che queste parole potranno esserti d'aiuto un domani, quando ti ritroverai a vagare sul tuo diario di viaggio in cerca di un'emozione, di una scintilla che pare aver perso la sua luce.
Mancano cinque giorni alla tua partenza: 28 luglio 2015.
Leggendo questa data avrai avvertito una particolare, strana, buffa sensazione. Controversa. Meravigliosa. Malinconica.
Ti sentirai un po' triste, distante dalla te di allora, dalla me di adesso. Totalmente cambiata, cresciuta, diversa. Ma forse non te ne sarai nemmeno resa conto. Ti sarai accorta dei tuoi progressi con la lingua, di come si siano rafforzati i rapporti con la tua famiglia ospitante e di come ti sia adattata a una nuova routine, uno stile di vita differente. Ma ciò che realmente desidero è che tu, guardandoti indietro, ti renda conto del cammino che hai fatto e che realizzi, con una punta di orgoglio, che non c'era nessuno a stringerti la mano o a tirarti su quando ti sei sentita crollare. Ce l'hai fatta da sola e vorrei che capissi, una volta per tutte, che non sei l'anello debole, anche se spesso ti sei sentita tale. Sei forte e sei coraggiosa. E anche se in questi giorni che ti separano dall'America la te di adesso stenta a crederci, non dimenticare mai che ogni passo che fai ti allontana solo apparentemente da casa, perché il viaggio è dentro di te, verso quell'ignoto che ora, magari, ti è un po' più familiare.

Con questa breve, brevissima letterina virtuale volevo ricordarti come ci sente prima di una grande esperienza: confusi, agitati, preoccupati, tristi, felici, spaventati. Ed è bellissimo te lo garantisco, sorprendersi a ridere tra le lacrime, o a piangere tra le risate. E' bellissimo avere paura, capire il limite della nostra fragilità per poi metterlo alla prova, spingerci dove non avremmo mai osato, stupirci di un dettaglio che non avremmo nemmeno notato.
Non dimenticarla mai, Ludovica, tutta quella vita che si cela in un'emozione. Se ti senti triste goditi il tuo momento di tristezza. Se ti senti euforica sii folle, e vivi l'emozione incondizionatamente. Se non sai con chi parlare, se hai paura di non essere capita, allora fatti forza da sola e  apprezza la tua indipendenza. Se guardando nello specchio non sai chi hai di fronte, cerca di riconoscerti nelle tue convinzioni, nei sogni che ti hanno portata nel punto in cui sei. Se ti senti delusa, scoraggiata, incompresa o sola ricordati di apprezzare questi momenti poiché saranno quelli che ti cambieranno e ti renderanno migliore.

A cinque giorni dalla tua partenza, seduta sul letto, con lo sguardo perso tra lo schermo del computer e le valigie aperte per terra, voglio regalarti il ricordo di alcune parole speciali e indelebili che ti sono state rivolte nel corso di questi mesi con l'augurio che possano essere per te fonte di ispirazione, forza, gioia.



"Che cosa perderai scusa? La tua famiglia e noi stiamo sempre qua." (Mercoledì 15 aprile)



"Ti aspetto e non permettere alla paura di limitare questa esperienza, pensa che avrà una sua durata e al tuo ritorno ritroverai le cose e le persone che hai lasciato... il cambiamento è parte della dinamicità della vita, non possiamo pensare di arrestare il flusso degli eventi. Vivi con pienezza quello che verrà..." (Sabato 13 giugno)




"Ovvio, ci saremo sempre a darci forza! Mi trovi sempre qua. Ed ora tiriamo fuori la grinta! E la forza per chiudere le valigie con tutta quella roba ce ne vuole..." (Lunedì 20 luglio)



"E' normale che sia così Ludo, stai facendo una cosa veramente coraggiosa che solo in pochi riescono a fare e ancora meno a viverla bene, e sono sicuro che la vivrai alla grande perché ti conosco e sei forte e coraggiosa e molto intelligente, e soprattutto una delle persone migliori che abbia mai conosciuto e che mai conoscerò... perciò non devi preoccuparti, te la caverai benissimo, ne sono sicuro." (Martedì 21 luglio)


La forza interiore è la protezione più potente che hai. Non aver paura di assumerti la responsabilità della tua felicità.
 (Dalai Lama)

Non dimenticarlo mai, Ludovica.






4 commenti:

#25 Overthinking (-19)

16:52 Ludovica De Joannon 0 Comments

E poi ci si ritrova così, incastrati tra due cifre di un numero sempre più piccolo, impigliati in emozioni troppo grandi… abbastanza da non capire come fare a venirne fuori, come cavarsela in mezzo a tutta questa vita che, accelerando, vuole travolgerti.
Mancano appena diciannove giorni alla mia partenza e non so come sentirmi. Mi sembra di non avere abbastanza tempo eppure non riesco ad aspettare oltre; mi sento pronta, forte abbastanza da prendere quell'aereo eppure resto caparbiamente aggrappata alle mie paure, ai dubbi che continuano ad accompagnarmi in questo cammino gettando ombre dove la strada pare brillare un po’ di più.

Chiudo gli occhi. Torno indietro nel tempo.
Trenta giorni fa suonava l’ultima campanella di scuola. Le urla di gioia, i pianti, le risate, il mare con la pioggia, le corse fino alla spiaggia, le cuffiette con le solite tre canzoni, i sabati, mia cugina dalla toscana, il primo accenno di abbronzatura, il treno per andare a Roma, Elisa e Leonardo, un saluto, la mia amica texana, la maturità di mia sorella, la prima videochiamata con la famiglia, quattro libri in tre giorni, un pianto notturno, New York nella mente, la voglia di partire, il countdown, i -19 giorni.
E sono sempre qui,  qualche parola che sfugge e un milione di stelle negli occhi, nel riflesso di un cielo estivo, nel coraggio che bisogna trovare per fermarsi,  guardarsi dentro, capire come reagiremo al cambiamento, come stiamo cercando di fare i primi passi, se stiamo fallendo o se è così che inizia ogni viaggio, dalla forza delle contraddizioni:  incertezza e curiosità, paura ed eccitazione.

In questo limbo, spazio di attesa  e di tempo che scorre, di momenti che si collezionano e  pensieri che si rincorrono, a diciannove giorni dalla mia partenza inizio a rendermi conto di quanto sia grande il passo che mi accingo a fare. Penso ai miei genitori, ai miei amici, a quanto mi mancheranno determinate persone e quanto, invece,  sarà facile lasciarne andare delle altre. Penso alla luce delle sette di mattina che filtra dalle tende della mia camera e al movimento di queste quando, gonfie di vento, sembrano volermi accarezzare. Penso al mare: immenso, forte, caparbio;  al suo  gioco contagioso di parole che si librano tra le nuvole di un cielo azzurro. Penso alla sensazione di libertà che si prova camminando a riva, alla bellezza scomposta di una conchiglia scheggiata, trovata per caso, incrociata sulla via. Penso a una sera, passata su una panchina a parlare del futuro, diciassettenni dalle idee forti e dalle forti paure. Penso al fruscio di foglie verdi, e al sapore di casa, al rumore dello storico ventilatore e alla sua agonia giornaliera, alla pizza che ho fatto la scorsa settimana. Penso al mio pianoforte, a quegli ottantotto tasti di cui poco conosco ancora, ma che mi mancheranno come amici di una vita, a tutti i libri conservati nella libreria, affianco al letto, a quell'armonioso, irripetibile, perfetto incastro di parole; ai capolavori dei maestri, al fascino di un classico cui il tempo è amico, alle pagine un po’ invecchiate, sfogliate, vissute, amate, lette e rilette. Penso alla mia lingua, a quanto possa amarla, alla mia Italia che nonostante tutto non voglio veramente lasciare, ma  vivere fino in fondo, senza scappare, affrontando i problemi e tentando, nel mio piccolo, di fare qualcosa di buono.
Mi aspetto moltissime cose da quest’anno: non il Prom, gli s’mores o qualche intruglio nemmeno lontanamente paragonabile alla nostra tradizione culinaria; non gli armadietti, il football o il meccanismo americano che pur non conoscendo idolatriamo. Non sto andando in America, negli States, in Texas per vivere un anno  in questa superficialità da film, fomentando un sistema in cui non mi voglio riconoscere; non sto lasciando casa mia per dieci mesi perché odio l’Italia e voglio costruirmi un futuro all'estero, perché la scuola italiana è troppo faticosa e la mia città non ha molto da offrire. Sto partendo perché a diciassette anni sento che è questa la cosa giusta da fare: scoprire, cambiare, vivere pienamente la metamorfosi in cui tutti siamo coinvolti e farlo con consapevolezza, ricominciare daccapo e correggersi laddove sappiamo di sbagliare, staccare le radici, prendere il volo, approcciarsi al mondo in maniera differente, a questo continuo evolversi e tornare indietro. Imparerò una nuova  lingua, una diversa cultura, gli usi e i costumi di una piccola parte di mondo; imparerò  a conoscermi e ad apprezzare la solitudine, a contare solo su me stessa, a superare ostacoli sempre più imponenti, a rialzarmi con le mie certezze, le mie convinzioni, a far rispettare le mie idee, a vivere pienamente i miei sogni senza avere paura quando  il percorso appare troppo lungo.

Alla mia partenza mancano appena diciannove giorni. La mia valigia è esposta nella vetrina di chissà quale negozio e il mio Visto è ancora custodito in Ambasciata, a Napoli. È cambiato qualcosa, una cifra forse, eppure tutto è sempre uguale: calma apparente. Non potrei essere più confusa.





0 commenti:

#24 Choices. Chances. Changes.

13:24 Ludovica De Joannon 2 Comments

Le cose cambiano, ce ne accorgiamo tutti i giorni. Mutano le stagioni, i colori che ci circondano, quelli in cui ci riflettiamo, le idee, i sogni in cui ci immergiamo. Cambia l’immagine che abbiamo della realtà in cui viviamo e cambia il sapore di certi momenti che si condividono; le sfumature del cielo, da un’alba a un tramonto; le onde, prima dolci e sinuose in un mare che non conosce dolore, poi impetuose, brutali, in un gioco di vento e ombre solitarie. Cambiano le nostre abitudini e la luce negli occhi delle persone; i pensieri che ci accompagnano la sera e quelli che ci svegliano la mattina. Il tempo cambia ed  è continuo cambiamento. È  la X che traccio ogni mattina su un numero sempre diverso. È  la velocità con cui pronunciamo uno “sto bene” e la lentezza con cui ci godiamo un momento speciale. È  l’inarrestabile scivolare di parole, e l’incessante accavallarsi di voci. Una sull’altra in modo disarmonico. Contradditorie. È  il silenzio tra una parola e l’altra, la solitudine con cui combattiamo quotidianamente. È  guardarsi dentro e accorgersi che si è fragili per davvero e che non ci si può difendere dal cambiamento. Vulnerabili. Soggetti al divenire.
Penso molto in questo periodo, scrivo poco. Sto cercando dentro di me delle parole che tardano ad arrivare, perché come lo descrivi un vuoto? Un’assenza? Una frattura? Come lo spieghi a te stesso questo cambiamento disarmante quando non ti riconosci più, e ti senti diverso… come?  Quando niente di quello che facevi ha più la stessa importanza e in un paio di giorni perdi i tuoi punti di riferimento, quando quelle amicizie sulle quali non avresti mai dubitato s’infrangono su muri di parole rabbiose che ti dividono inevitabilmente dagli altri? Come si descrive un cambiamento di direzione? La delusione?
Ogni giorno traccio una X sempre più evidente e carica di significato e  quando lo faccio, nel momento in cui l’inchiostro rosso tocca la carta liscia, in quell’attimo, la pressione delle dita sul pennarello, il movimento del polso, un pensiero fugace in mente, è allora che riesco a sistemare qualcosa, a mettere una virgola in questo fiume tumultuoso che scorre incessante trascinandomi nella sua corrente.

Tra qualche ora il -36 si trasformerà in un -35, la lacrima che riga una guancia in un sorriso che illumina il volto, una certezza in un dubbio e un’incertezza in una sicurezza. Tutto sta cambiando e mentre lo realizzo sento che qualcosa continua a sfuggirmi. Chissà se sarà sempre così.

2 commenti:

#23 Al mio 3ºB

15:20 Ludovica De Joannon 0 Comments

Amici miei,
capiamo il valore delle cose solo quando siamo a un passo dal separarcene.  Se in questa notte di giugno potessi  infondere nelle mie parole un impercettibile pizzico delle emozioni che mi avete regalato, lo farei: me ne starei qui,  protetta dal mantello della notte, accarezzata dal sospiro lieve di una brezza estiva, a tentare di versare su un foglio bianco quell’immenso che ho dentro e che non conosce voce, linguaggio, modo di esprimersi. Potrei stare una vita intera davanti a quel foglio e, senza scrivervi nulla, vedervi i nostri visi sempre toccati dal tempo, protagonisti di una perpetua metamorfosi che tutto cambia e tutto lascia invariato. Vedrei  palpebre chiudersi  e riaprirsi, capelli crescere ed essere tagliati,  bocche aprirsi in sorrisi e richiudersi,  mani stringersi per suggellare un patto, sciogliersi e romperlo. Vi vedrei la vita, incessante nel suo scorrere: incerta davanti a un bivio, scoraggiata di fronte un vicolo cieco, non del tutto consapevole della direzione da seguire. E quando ogni sfumatura avrà trovato il suo posto nel quadro infinito dei ricordi, allora, dentro di me, riecheggerà una parola, una sola, tra tutte. Sincera, profonda, immensa, infinita parola: grazie.

Grazie per questi tre anni di vita intensa, di giovinezza spensierata e dubbi esistenziali, di progetti che sanno di utopia e sogni senza tempo, di risate e soddisfazioni, di cadute e fallimenti, traguardi raggiunti, occhi stanchi alle otto di mattina, posti visitati, notti senza sonno, giorni di pioggia e giorni di sole. Grazie per avermi fatta sentire parte di una grandissima famiglia in cui ognuno ha trovato il suo ruolo, per avermi fatto vivere momenti indimenticabili regalandomi istanti che verranno tramandati in sussurri e storie incredibili, aneddoti divertenti e racconti di un passato che sempre sarà presente, futuro. Non potrei dirvi altro se non grazie, di cuore, perché non dimenticherò mai quello che siamo riusciti a costruire insieme, con difficoltà ma sempre voglia di sorridere. Custodirò ogni singolo giorno di questi tre anni come un prezioso gioiello dal valore inestimabile. E l’anno prossimo, quando un oceano ci separerà e nemmeno il tempo ci tenderà la mano, ricorderò sempre, sempre, l’ultimo giorno da terzi liceali: quando ho sentito suonare per me e battere le mani, percepito il vostro affetto negli abbracci e realizzato il mio nelle lacrime, quando avrei voluto dirvi tantissime cose ma alla fine non ho trovato le parole…

Amici miei,

indivisibili, ineguagliabili, irripetibili, insuperabili. Abbiamo così tanto da vivere che il futuro può far paura ma se c’è una cosa, una singola cosa che mi sento di dire io, nel mio piccolo, è questa:
che il coraggio di seguire i nostri sogni non ci abbandoni mai, nemmeno nei momenti più bui e che la speranza, come un faro in mezzo al mare, possa sempre indicarci la strada da percorrere semmai perdessimo l’orientamento. E sicuramente, il prossimo anno, parte di quella luce sarete proprio voi, il mio primo, secondo, terzo, quarto, quinto B che sempre porterò con me e mai lascerò completamente andare.  
Grazie.

0 commenti:

#24 Orientation: time flies

09:53 Ludovica De Joannon 3 Comments

Oggi il countdown segna -55 giorni.
Dove sono finiti quegli eterni minuti che impiegava il computer per aprire l’ email sulla hostfamily, le infinite ore che ci separavano da una notizia all’altra, i lunghi mesi di attesa,  attesa, e attesa? Eppure mi sembra ieri quando, un po’ incerta e con un accenno di sorriso, mi sono avvicinata ai miei genitori per dir loro “sapete che si può fare un anno all’estero?”;  ieri quando, fradicia di pioggia, disorientata e con gli occhi grandi per la curiosità, mi sono ritrovata a Roma alla sede della Youabroad per l’incontro informativo e per il test di inglese; quando ho scritto un’email a Ginevra affinché mi  inserisse nel gruppo di Whatsapp degli exchange. Sembra ieri  quando i miei professori hanno scoperto il mio progetto e quando mi sono sentita scoraggiata dalle parole di alcuni; quando mia madre, vedendo un film sull’America, è scoppiata a piangere;  quando ho chiamato Chiara per dirle che avevo sbagliato tutto, preso la decisione sbagliata; appena ieri quando, emozionatissima, ho aperto l’email della hostfamily e, finalmente, le persone che avevo sempre vagamente immaginato hanno ricevuto  un nome, un viso, un sorriso, uno sguardo.
Dove è finito tutto questo tempo? Scriverlo, sapete, è incredibile…



Sono passati otto mesi da quella firma sul programma. Otto mesi di alti e bassi, di gioia e dubbi, eccitazione, ansia,  voglia di andare e paura di farlo. Eppure, ci vedete? Siamo qui, con una bandiera a strisce e stelle davanti e una voglia di vivere quest’esperienza con tutti noi stessi , con la convinzione che ogni singola cosa che faremo, diremo, vedremo un giorno sarà lì, pronta a ricordarci i giorni che ci hanno permesso di vivere, i luoghi, le persone meravigliose che abbiamo potuto incontrare, il viaggio che abbiamo voluto vivere. Noi. Soli dall’altra parte dell’oceano, un po’ folli con la nostra valigia da venti chili in una mano e un visto da dieci mesi  per gli USA nell’altra. Folli e felici. E vedremo l’oceano dal finestrino, riflesso delle nostre lacrime, di gioia tristezza paura ma pur sempre emozione vera, sincera. E ci spaventerà, ve lo garantisco, così grande e indefinito, profondo, immenso, ma allo stesso tempo ci darà la forza per guardare oltre, tra le nuvole e i raggi del sole in un cielo che parrà smarrirsi dentro di noi.
Tra cinquantacinque giorni salirò su quell’aereo e da quel momento in poi ci sarò sempre e solo io con me: a consigliarmi e a consolarmi, a maledire il fuso orario sotto le stelle e a meravigliarmi tra i grattacieli di New York, a ridere in mezzo all’unica strada di un paesino sperduto in mezzo al Texas, a ricordare la frenesia delle persone che corrono, corrono e si affaticano per raggiungere la serenità quando basterebbe fermarsi e chiedersi “ ne vale la pena?”
Vale la pena abbandonare il nido, spiegare le ali e volare via sospinti dal vento? Sentire costantemente la mancanza di amici, parenti, gesti famigliari? Avere la strana sensazione di abbandonare quella parte di te su cui hai lavorato per diciassette anni, l’unica che conosci e l’unica della quale ti fidi davvero? Vale la pena tornare a casa, la sera, con il cervello che ribolle perché quel giorno hai dovuto sostenere una conversazione del tipo: “ Hey, what’s up?” “Not bad thanks”;  passare l’estate sui libri per recuperare  quanto non hai potuto fare in America, imparare a sentirsi a casa in un posto che non è tuo, ad integrarsi quando dentro di te una voce ti dice “ non ce la farai mai…”
Ne vale la pena?
 La risposta va cercata dentro  ognuno di noi.  E se pensandoci ci verrà da rispondere con un timido “no” allora dovremo ascoltare  il cuore perché senz’altro ci dirà che si, si, si ,si ne vale la pena, sempre, qualunque sia la nostra destinazione. E tra tutte le stelle di quella magnifica bandiera noi, nel nostro piccolo, ne rappresenteremo una e lo faremo sorridendo, piangendo, imparando ad apprezzare quanto di più bizzarro, unico, stravagante, straordinario ci sia, vivendo profondamente una diversa cultura e rendendoci conto che, alla fine, il mondo è una cosa molto più grande di noi e che dieci mesi non sono infiniti, non è il cammino di una vita ma un piccolo passo che facciamo verso l’ignoto, dentro di noi. Un passo per arrivare a capire che prima di essere italiani o texani, americani o europei siamo, e sempre  saremo, cittadini del mondo.


Ps. Non vi ho detto praticamente nulla sull' Orientation perché non sarei potuta essere più chiara del video della mia amica texana Ginevra... vi lascio giusto una foto!  










3 commenti:

#23 Camminare su un filo

15:29 Ludovica De Joannon 0 Comments

E’ come camminare su un filo.
Tra l’immensità della vita, tra le svariate, molteplici, intricate, confuse strade che si snodano in percorsi differenti, che si intersecano e si incrociano,  si sfiorano senza toccarsi mai, parallele e indivisibili tu,
tu, ne hai scelta una: la tua.
Hai inspirato profondamente, chiuso gli occhi, assaporato il sapore dell’avventura e della follia, ascoltato il timore e toccato la gioia, hai fatto il primo passo, oltrepassato quella linea che è inizio e traguardo,  lungo cammino; che è prima e dopo, ma soprattutto è durante.
Sottile è il filo sul quale ti avvii, soggetto al respiro del vento, delle parole, delle aspettative, di quel sogno che inizia a tracciare confini e allo stesso tempo ad abbatterli, a prendere vita con te e in te.
La paura di sbagliare c’è sempre.
 E’ lì, pronta ad affondare i suoi denti affilati nel tuo essere estremamente vulnerabile, a ricordarti quanto ancora devi camminare: tutta una vita davanti a te. Un viaggio che non finisce mai: tra paesi e culture, storie e persone, attimi ed emozioni. Il viaggio di una vita che è vita stessa: eterna e meravigliosa.
E vincerla, quella paura, beh non è scontato. È quello che stai cercando di imparare, in un modo o nell'altro, l’ostacolo che incontri lungo il percorso e che ti sbarra la strada, il grande interrogativo che ti poni prima di fare un qualsiasi passo, una qualsiasi scelta. O forse, al contrario, stai coraggiosamente imparando a darle il giusto valore. Perché la paura di sbagliare è necessaria nel momento in cui decidi di metterti in gioco, alla prova, in dubbio. Ciò che ti rende vero, presente e vivo. Umano.
La paura di sbagliare c’è sempre e si tinge di sfumature variabili, si veste di illusione e fantasia, di realismo e concretezza. Sempre diversa eppure sempre uguale a se stessa.

Ed è così che mi sento io: in precario equilibrio su un filo sospeso a metà tra cielo e terra, infinito e realtà. E da qui, a questa altezza indefinita, ho doppiamente paura: guardando in basso, paura di fare un passo falso e precipitare in quel baratro che è banale quotidianità, dominio della ragione sull'emozione, opinione che opprime il sogno; contemplando le stelle, invece, paura di volare in alto, lontano dalle certezze e dalle persone in cui ho sempre creduto, come una lanterna cinese in una notte d’agosto… distante, puntino nell'infinità del cielo, vago ricordo, persa nell'immenso. 

0 commenti:

#22 ... cosa c'è, lì fuori

07:29 Ludovica De Joannon 5 Comments

Una come me non lo sa bene cosa c’è, lì fuori.

O meglio, potrebbe saperlo se solo bastasse immergersi in una qualche fotografia, o addentrarsi in una certa storia che viene da lontano, custodita in un passaporto che non appartiene veramente a nessuno ma che tutti considerano proprio.
Se i grattacieli sono davvero alti come sembrano e se ci si sente straordinariamente piccoli, a vederli dal basso e se facendolo, dopo un po’,si perde il senso dell’equilibrio, del normale.  Chissà cosa si prova quando così, all’improvviso, senza nemmeno averlo previsto la vedi, un po’ lontana si, ma chiara e distinta sullo sfondo di un limpido cielo azzurro: la statua della libertà. Magari ci si sente davvero liberi, vedendola. O magari salvi.  Chi lo sa cosa si prova quando, guardando fuori dal finestrino dell’aereo, si vede sfilare la città che non dorme mai, e scorrere un flusso di gente infinito: ritardi che si incontrano a un semaforo, destini che si intersecano a un incrocio, parole che si mescolano girando l’angolo.

Una come me non lo sa bene cosa c’è, lì fuori.

Magari uno si fa tutte le aspettative del mondo e poi precipita nella delusione di quello che si pensava che fosse, ma che in realtà non era. E forse non vede l’ora di partire ma poi, la trepidazione, l’ansia, la tensione, l’eccitazione sfumano così, senza poterci far nulla, si disperdono come fumo e mica puoi riacchiapparlo, inconsistente, confuso, impalpabile com’è.
O magari di tutto questo non accade nulla e allora si, che uno si stupirebbe. Arriverebbe lì con in testa tutte le storie che gli hanno raccontato e negli occhi le fotografie, gli scatti che ha visto. Allora si, che si stupirebbe e vedrebbe che è tutto vero, così come si dice, così come si sogna. Non sarebbe bellissimo? Capire che, in fondo, frammenti di esperienze altrui possono, in un certo senso, fondersi in un unico profilo, i grattacieli di New York; in un unico sapore, un panino di quel chioschetto sulla strada, o in una musica nuova, un vinile di stampo jazz, per esempio.
Magari poi siamo noi il collante, che tiene insieme i pezzi. La nostra esperienza diventerà il frammento di qualcun altro e quel qualcuno avrà altro da suggerire e così via, nello stesso viaggio dalle diverse tappe. E poi ci si potrebbe render conto che si impara sempre dagli altri, attingendo da un’opinione a noi estranea, non condivisibile, personale, diversa, accettabile, credibile o meno. Dalla percezione che ognuno ha della realtà, dal modo in cui la si vive e la si racconta, la si racconta e poi la si vive. D’altronde la differenza sta qui: tra il vivere e il raccontare,  il raccontare e il vivere. E veramente, vale la pena ascoltare. Chi l’ha vista, quella determinata cosa e poi te la descrive con una luce speciale negli occhi perché è lì che scorrono i suoi ricordi. Ma anche chi la immagina, chi la vede dentro di se e decide di condividere con te quella fantasia un po’ bizzarra, strampalata, a metà tra sogno e realtà.


E’ vero, una come me non lo sa bene cosa c’è, lì fuori e cosa cela dentro di sé, il fuori. Ma possiamo immaginarlo come più ci piace, inventarlo, crearlo, supporlo, sognarlo;  per noi sarà comunque vero, per gli altri, chi lo sa, potrebbe esserlo.

5 commenti:

#21 Ventotto luglio 2015: America, America.

08:20 Ludovica De Joannon 0 Comments

America, America.
Dopotutto non manca troppo al nostro incontro.
Prenderò quell'aereo e vedrò la mia vita, a poco a poco, rimpicciolire sotto i miei occhi. Dentro i miei occhi.
Casette e,
strade annodate,
puntini di macchine,
sbaffi di
persone,
rettangoli d'erba e,
squarci di mare azzurro.

Sotto una coperta di nuvole vedrò la mia vita, invisibile, lontana,  distante, ma impercettibilmente presente.
Incastrata in una lacrima, sospesa in un sorriso.

In quella porzione d'aereo che si apre sull'infinito vedrò scorrere, filtrata dai raggi del sole, l'eternità dei ricordi e sentirò mormorare: "noi ci saremo".
E quando, inaspettatamente, il sussurro diventerà urlo,
urlo,
allora capirò che
non si è mai abbastanza pronti
per
darsi l'ultimo abbraccio
guardarsi per l'ultima volta
dirsi arrivederci
quando, nelle orecchie, lo senti:
"addio".

America, America.
Dopotutto non manca troppo al nostro incontro.
Ma facciamo che, di tutto questo, io non sappia ancora nulla;
di scienza inesatta di partenze e viaggi senza fine,ignara.
Perché quando si è sul punto di prendere il volo, di staccare i piedi dal suolo, non ci si può permettere un solo passo,pensiero,impulso falso. Seppur momentaneo. Sarebbe fatale.
E allora io, che di tutto questo non saprò nulla e che della scienza inesatta di partenze e viaggi senza fine sarò ignara, viaggerò leggera con la testa, letteralmente, tra le nuvole e con, le nuvole.
Guarderò fuori dal finestrino e l'oblò mi restituirà l'immagine di un sorriso, di un abbraccio, di un saluto strano, a metà tra un "arrivederci" e un "a domani".

America, America.
Ti stai facendo aspettare e nell'infinita attesa qui, a settemila chilometri di distanza, oltre l'oceano, oltre ogni possibile previsione, ci si sente tutti un po' vulnerabili.
Prima di prendere un treno, nella follia del ritardo, nello scivolare dei minuti, nella velocità che taglia il mondo.
Prima di salire su una nave, nell'esasperata logica dell'immenso blu, nella sua costante, nel suo inesauribile andare e tornare.
Ed è così, prima di ogni partenza.
Perché si, ho il biglietto di quell'areo e si, starò un anno fuori casa e già, non posso fare a meno di pensarci però,
però,
non voglio pensarci,
voglio andare,
ora,
quando meno me lo aspetto,
con la mente vuota,
senza calcoli, senza pro
e senza contro.
Senza valigia, senza niente.
Se non:
curiosità.

America, America.
Dopotutto non manca troppo al nostro incontro,
vedi?
E' scritto qui









0 commenti:

#20 Dove c'è molta luce l'ombra è più nera

08:54 Ludovica De Joannon 0 Comments

A volte si ha come la sensazione che tutto stia per crollare: certezze,convinzioni,sogni .

Una barchetta dondola vertiginosamente in preda alle onde di un mare in tempesta  che, nella loro folle danza, la trascinano con violenza sott'acqua, spezzandone  in legno, le vele, conducendola laddove sfugge il controllo di ogni cosa, di ogni ragionevole pensiero.

A volte ci si sente così fragili che ogni cosa pare dilatarsi in ombre minacciose, dense di punti interrogativi e di tremori, di dubbi e di paure. Le vedi, quelle spesse nuvole cariche d'inchiostro che incombono su quella minuscola barchetta, circondandola con grandi braccia ventose e sospiri umidi.

E poi succede che un timido raggio di sole si fa spazio in quello scenario di solitudine  e le restituisce quel calore che sentiva lontano, quel modo tutto particolare di osservare le cose, con curiosità ed interesse ed una certa voglia di condivisione.
Il vento cessa di ululare e il mare sembra piangere mentre si frammenta in piccole onde dal tocco gentile, dal tocco doloroso.
Tutto sembra esser tornato alla normalità.

Il problema è che, a questo punto, la normalità non ha più contorno, non è più definita. Pare confondersi con il paesaggio,  acqua e cielo, nuvole e salmastra schiuma bianca.
I colori si fondono e le emozioni vengono amplificate.
E le senti dieci, cento, mille volte di più e ti chiedi come hai fatto, fino a quel momento, a viaggiare in un'unica direzione, con la paura di curvare, tornare indietro, fare a zig zag.

E la barchetta è pervasa da uno spirito nuovo, avventuriero, insaziabile, forte.
I pezzi vengono assemblati da una mano amica, da una parola di conforto, da una promessa che, chissà, forse verrà mantenuta  e tutto ricomincia ma qualcosa è cambiato.

E l'orizzonte, quella linea parallela, quella sfida quotidiana, quella percezione di infinito, sarà ancora più distante ma, allo stesso tempo, sempre più vicino.

Perché non sarà più un traguardo ma un punto di partenza.

0 commenti:

#19 Lasciateci sognare

10:52 Ludovica De Joannon 1 Comments

Un flusso di gente che va e viene. Persone che camminano in tutte le direzioni,gli occhi sulla strada;  persone che stanno ferme, lo sguardo impigliato in una stella.
Vite differenti che si armonizzano nella contemplazione di un domani più o meno vicino, più o meno raggiungibile. Un domani che sa di speranza ma che non nasconde strascichi di disperazione, un domani che si riflette negli occhi di chi non può smettere di sognare.
Avete presente le iridi di un sognatore? Quelle sottili striature scintillanti che intrappolano frammenti sfuggevoli di una realtà imprevedibile?
Se si, vi sarete accorti di come quel paio d'occhi  riesca ad allacciarsi saldamente, ma allo stesso tempo in modo gentile, a voi, per trasportarvi in un mondo in cui tutto è possibile, dove l'utopia è certezza, la realtà rovesciata.
Adesso immaginate la forza e l'intensità dello sguardo di una dozzina di sognatori in calzamaglie e sorriso: gente con valigie colme di storie e lacrime di un funesto passato  che ha tentato di strappar loro le ali, talvolta riuscendoci.
Ragazze e ragazzi che, dal Brasile, sono entrati in punta di piedi nella mia piccola esistenza per lasciarvi impronte profonde e significative; segni che, semplicemente, non possono essere cancellati.
Uno spettacolo di danza, di musica, di tradizioni lontane che ha amplificato, nel silenzio delle parole non pronunciate, la voce di tutti quei giovani impegnati a raccontarci una,cento,mille storie differenti che si sono intersecate nella "Casa do menor", un luogo di accoglienza che ha dato loro la speranza per un domani, quel famoso domani, di cui tutti parlano.
Ballerini, attori, musicisti, acrobati cresciuti nella solitudine delle periferiche strade brasiliane, quei vicoli  dimenticati da tutti, in una società globale in cui non si tende la mano verso l'altro e non si osserva al di là del proprio io.

Uscire dai confini dell'America del sud, parlare di globalità e umanità, mi risulta quantomai essenziale per tentare di cucire lo strappo che ci tiene divisi, abbattere ogni esistente barriera  per avvicinarci a persone e popoli tanto diversi da noi da assomigliarci: il primo passo di un lungo cammino universale; un viaggio non soltanto materiale ma soprattuto interiore.
Questo spettacolo non solo mi ha emozionata profondamente ma ha saputo offrirmi moltissimi spunti di riflessione e altrettante aspettative per un futuro, sarà banale dirlo, migliore.

Se superare i limiti dell'indifferenza appare un'impresa straordinaria nella nostra evoluta società globale, è da folli alimentare la speranza di un unione, un'alleanza salda e profonda  tra i popoli?

Io, come tanti altri, voglio crederci:

lasciateci sognare.











1 commenti:

#18 Lo spirito del mare

10:19 Ludovica De Joannon 0 Comments

Questo blog nasce per dar voce a tutte quelle peripezie e a tutte quelle evoluzioni che caratterizzano il percorso di un exchange student nelle sue più delicate e incisive fasi ma, poiché nella vita bisogna avere anche quel pizzico (o quell'abbondante e generosa dose) di ribellione, spero non vi allarmino troppo queste mie piccole/grandi digressioni.
Lettrice accanita quale sono, proprio oggi ho finito di leggere un bel mattone di cinquecento pagine (in realtà si tratta di tre racconti uniti in un unico volume, ma detto così è meno clamoroso). Insomma, una serie di pagine e parole che mi hanno portato a riflettere sul valore ed il significato di questo grande punto interrogativo chiamato vita.
Nella mia piccola, minuscola, insignificante dimensione ho plasmato i concetti e le massime di questo libro meraviglioso (per gli interessati "Lo spirito del mare" di Sergio Bambarèn) all'esistenza che conduco (o meglio,trascino) ogni giorno tra i corridoi di scuola, luogo cruciale in cui si intersecano le aspirazioni dei molti studenti.
La scuola, che vi piaccia o meno, è quella seconda casa, solida nella sua funzione, che accompagnerà il nostro cambiamento nelle sue varie declinazioni: scuola materna, scuola elementare , scuola media e scuola superiore. Non ho incluso  l'università perché, più che come scuola, mi piace immaginarla come luogo di affermazione personale, in cui possono concretizzarsi e prendere forma tutte quelle specifiche ambizioni e quei particolari sogni che custodiamo dentro di noi nel trascorrere del tempo.
Un exchange student, a questo punto del programma, si troverà a metà di quel fatidico passo che lo porterà in un'altra dimensione, quella del lavoro, dell'indipendenza e delle vere responsabilità. Il terzo anno di Liceo, un paio d'anni fa, mi appariva come un miraggio lontano, un puntino irrilevante in quello che era il quadro di una dodicenne. Eppure eccomi qui, a un paio di mesi dalla fine, da quell'esclamazione liberatoria e appagante che esplode a giugno in tutte le classi: "è finita la scuola!!"
Se dovessi fare un bilancio di questi tre anni , sarebbe senza dubbio un bilancio positivo. Ci sono stati moltissimi successi personali (quelle piccole soddisfazioni che ti regalano emozioni immense) e ci sono stati altrettanti momenti difficili, in cui tutto appariva drasticamente irreparabile. E solo alla luce di una consapevolezza nuova, maturata anche dal fatto di essere diventata (non ancora del tutto, ma approssimativamente) un'exchange student, mi rendo conto di come quei momenti siano stati cruciali per la formazione della persona che sono ora, una persona, come è naturale che sia, completamente differente da ieri e dall'altro ieri, una persona che sta continuando a crescere e che non ha intenzione di smettere perché consapevole che nella vita non bisogna mai arrendersi. Arrendersi significa cedere alle pressioni di un mondo che viaggia, inevitabilmente, più veloce di noi singoli. Sta a noi, però, decidere se correre o meno, se arrivare al termine sfiniti ma con molte soddisfazioni, o arrivare riposati ma con parecchi rimpianti.
Ci hanno sempre detto che si vive una volta sola, che bisogna cogliere l'attimo, godersi ogni giorno come se fosse l'ultimo e far si che questo rappresenti sempre un nuovo inizio. Cose che sapevo,certo, ma che non avevo realmente capito. Il libro che ho letto recita "l'unico vero rischio nella vita è quello di non voler correre rischi". Una frase ripetuta spesso, da molti, e che rappresenta appieno quello che, in questo momento, sto capendo e assimilando con la modestia che deve accompagnarsi a una piccola diciassettenne che si affaccia,piano piano, a un mondo estremamente grande e variopinto.
Questa esperienza, non mi stancherò mai di dirlo, sta rivoluzionando ogni singola parte di me. Cambiano le prospettive, le aspirazioni, i sogni per il futuro, il modo in cui ci si pone alla vita e il modo in cui si interagisce con gli altri. Cambiano le responsabilità e le priorità, i progetti e le destinazioni. Cambia tutto,e non potrei esserne più felice.


"Non dovete mai scordare che si viene al mondo con il cuore pieno di sogni e l'obbligo morale di tradurli in realtà. Vi auguro di lasciare questo mondo portandovi dietro solo bei ricordi e sogni soddisfatti. E' bene essere consapevoli che è nel viaggio che risiede la vera felicità. Realizzate i vostri sogni, e rendetene sempre partecipi tutti quelli che amate, e anche quelli che non amate. A volte essere gentili è più importante che avere ragione.
Ho imparato che non importa quanto lunga sia la ricerca, ma quanto ci si senta bene nel compiere il proprio cammino. Il tempo è un'invenzione dell'uomo e i sogni sono senza tempo. Credere in qualcosa può farlo diventare realtà. Infrangete i muri di cristallo che vi circondano e dispiegate le ali per volare più in alto che potete. E se vi sentite troppo vicini all'abisso, non abbiate paura. E' soltanto arrivato il momento di far visita alle stelle".
                                                                            Vela bianca, Lo spirito del mare, Sergio Bambarèn.



0 commenti:

#17 Happy Bday to me!

13:32 Ludovica De Joannon 0 Comments

16 MARZO 2015
Primo post di questo mese. Forse un pò in ritardo (avrei voluto scriverlo per la festa della Donna!) ma alla fine eccolo qui,appena sfornato come i muffin che stanno inondando la cucina con la loro squisitezza. Perché i muffin? Ci sono svariate e valide motivazioni che mi hanno condotto alla realizzazione di quest'opera culinaria:
1- è il mio compleanno!!!
2- sono americani
3- sono buonissimi
Bastano no?
Ma comunque non era dei muffin che volevo parlare (anche se sarebbe un argomento così interessante!) Oggi, sedici marzo duemilaquindici,non posso evitare il tema "tempo che scorre/anni che passano/compleanni da festeggiare", sarebbe quantomai ipocrita da parte mia. Perchè sì, magari potrebbe sembrare banale,scontato come post , ma non posso vivere con il rimorso di non aver posto al centro di questo discorso il mio ego,il mio compleanno e tutte le cose che mi riguardano personalmente (e poi è il mio diario perdindirindina!)
Che dire, diciassette anni. Un gradino prima dei fatidici 18 anni,un piede nel passato e l’altro nel futuro. Dopotutto a diciassette anni cosa siamo? Bambini un po’ cresciuti? Adolescenti con istinti suicidi? Giovani adulti in cerca della loro strada?
Così,nel frattempo,mi ritrovo qui a scrivere di come il tempo scivoli via, di come i giorni passino tra uno sbuffo e un altro, di come siamo estremamente concentrati sulle cose che non hanno importanza, di come le nostre valutazioni siano sempre,inevitabilmente, sbagliate.
Ieri avevo sedici anni, oggi ne ho diciassette. Cosa è cambiato in un giorno? Quali drastici cambiamenti ha portato il soffio sulle candeline? 
Nulla. E sarà sempre così, a venti,trenta, cinquant'anni. Le nostre prospettive non cambiano perché muta un'unità, le nostre aspettative non si evolvono perché si trasforma la decina. Insomma, non è compiere gli anni che ci rende più grandi, più maturi.
Ma questo è risaputo e non vorrei annoiarvi con tali barbosi argomenti.

18 MARZO 2015
Dovrei smettere di scrivere post a metà, scordarmi di averlo fatto e ritrovarmi dopo due giorni a completarli tendando di assemblarne i pezzi. 
Riprendendo il filo del discorso, lunedì è stata una giornata fantastica!!
Direi di sorvolare sul  fatto che mio padre si è dimenticato di farmi gli auguri quando mi ha visto e che quando sono uscita di casa,felice come se fosse stato il mio compleanno come non mai, mi ha accolto nelle sue braccia fredde una pioggerellina fastidiosissima, un tempo che non era né bianco né nero: grigio.
Quando sono entrata in classe (nessuno se ne era reso conto) ho sorpeso i miei compagni mentre sistemavano la torta,le candeline e imprecavano per non aver portato l'accendino (ma i drogati quando servono non ci sono mai?)
Al che mi hanno fatta uscire buttata fuori dalla classe accompagnando il tutto da delle urla "di sclero" per il fallimento del loro diabolico piano. 
Comunque,alla fine, mi hanno fatto trovare la torta che vedete in foto sul banco, candelina accesa pronta per essere soffiata, una ciambella fritta (non so perchè) e un Bacio Perugina.


                                       (dovevamo convincere la prof in qualche modo!)

Poi la sera tortina con i miei e il giorno dopo super mega extra party (più o meno) con la mia migliore amica che è nata (i casi della vita) un giorno dopo rispetto a me. Sono stanca e non ho le forze per descrivere tutto quello che abbiamo fatto (e poi nemmeno vi interesserà  ma si dai) quindi vi posto qualche foto random. Pronti? Cominciamo!


Foto fatta dal proprietario del locale (bene così)


le festeggiate al centro (sentirsi importanti)


Foto con la sardina del gruppo (Alice)


Con la torta in mano perchè non ce l'hanno fatta aprire al ristorante... l'abbiamo mangiata in piazza!! ahah


Amiconi per la vita


Sorrisi XXL (si è tolta da poco l'apparecchio, ci stava!)


Polaroid con la mia bff Chiara

Insomma, momenti davvero indimenticabili che porterò con me per sempre e ovunque, anche in America (mi hanno regalato tantissime cose da portarmi in viaggio... mi veniva quasi da piangere).
Nel caso in cui possa interessarvi, i festeggiamenti non sono ancora finiti perchè nel weekend dovrò affrontare il pranzo di famiglia e una scampagnata per negozi con mamma (che fatica).
Quiiindi, per il momento è tutto... presto farò un post riguardante gli Usa (d'altronde è per questo che nasce il diario no?). Spero di non avervi annoiato con le mie chiacchiere a vuoto e niente, alla prossima gente!!!!

PS. Non c'entra nulla ma devo scriverlo da qualche parte,altrimenti finisco per non crederci più: ad aprile verrà pubblicato su una rivista filosofica (duemila stampe distribuite tra le università e non solo) un saggio breve che ho scritto come compito in classe di filosofia...ho la pelle d'oca! Ci sarà la presentazione della rivista e un incontro del genere... aaaaaaa che regalo fantastico!!!!!!







0 commenti: