#25 Overthinking (-19)

16:52 Ludovica De Joannon 0 Comments

E poi ci si ritrova così, incastrati tra due cifre di un numero sempre più piccolo, impigliati in emozioni troppo grandi… abbastanza da non capire come fare a venirne fuori, come cavarsela in mezzo a tutta questa vita che, accelerando, vuole travolgerti.
Mancano appena diciannove giorni alla mia partenza e non so come sentirmi. Mi sembra di non avere abbastanza tempo eppure non riesco ad aspettare oltre; mi sento pronta, forte abbastanza da prendere quell'aereo eppure resto caparbiamente aggrappata alle mie paure, ai dubbi che continuano ad accompagnarmi in questo cammino gettando ombre dove la strada pare brillare un po’ di più.

Chiudo gli occhi. Torno indietro nel tempo.
Trenta giorni fa suonava l’ultima campanella di scuola. Le urla di gioia, i pianti, le risate, il mare con la pioggia, le corse fino alla spiaggia, le cuffiette con le solite tre canzoni, i sabati, mia cugina dalla toscana, il primo accenno di abbronzatura, il treno per andare a Roma, Elisa e Leonardo, un saluto, la mia amica texana, la maturità di mia sorella, la prima videochiamata con la famiglia, quattro libri in tre giorni, un pianto notturno, New York nella mente, la voglia di partire, il countdown, i -19 giorni.
E sono sempre qui,  qualche parola che sfugge e un milione di stelle negli occhi, nel riflesso di un cielo estivo, nel coraggio che bisogna trovare per fermarsi,  guardarsi dentro, capire come reagiremo al cambiamento, come stiamo cercando di fare i primi passi, se stiamo fallendo o se è così che inizia ogni viaggio, dalla forza delle contraddizioni:  incertezza e curiosità, paura ed eccitazione.

In questo limbo, spazio di attesa  e di tempo che scorre, di momenti che si collezionano e  pensieri che si rincorrono, a diciannove giorni dalla mia partenza inizio a rendermi conto di quanto sia grande il passo che mi accingo a fare. Penso ai miei genitori, ai miei amici, a quanto mi mancheranno determinate persone e quanto, invece,  sarà facile lasciarne andare delle altre. Penso alla luce delle sette di mattina che filtra dalle tende della mia camera e al movimento di queste quando, gonfie di vento, sembrano volermi accarezzare. Penso al mare: immenso, forte, caparbio;  al suo  gioco contagioso di parole che si librano tra le nuvole di un cielo azzurro. Penso alla sensazione di libertà che si prova camminando a riva, alla bellezza scomposta di una conchiglia scheggiata, trovata per caso, incrociata sulla via. Penso a una sera, passata su una panchina a parlare del futuro, diciassettenni dalle idee forti e dalle forti paure. Penso al fruscio di foglie verdi, e al sapore di casa, al rumore dello storico ventilatore e alla sua agonia giornaliera, alla pizza che ho fatto la scorsa settimana. Penso al mio pianoforte, a quegli ottantotto tasti di cui poco conosco ancora, ma che mi mancheranno come amici di una vita, a tutti i libri conservati nella libreria, affianco al letto, a quell'armonioso, irripetibile, perfetto incastro di parole; ai capolavori dei maestri, al fascino di un classico cui il tempo è amico, alle pagine un po’ invecchiate, sfogliate, vissute, amate, lette e rilette. Penso alla mia lingua, a quanto possa amarla, alla mia Italia che nonostante tutto non voglio veramente lasciare, ma  vivere fino in fondo, senza scappare, affrontando i problemi e tentando, nel mio piccolo, di fare qualcosa di buono.
Mi aspetto moltissime cose da quest’anno: non il Prom, gli s’mores o qualche intruglio nemmeno lontanamente paragonabile alla nostra tradizione culinaria; non gli armadietti, il football o il meccanismo americano che pur non conoscendo idolatriamo. Non sto andando in America, negli States, in Texas per vivere un anno  in questa superficialità da film, fomentando un sistema in cui non mi voglio riconoscere; non sto lasciando casa mia per dieci mesi perché odio l’Italia e voglio costruirmi un futuro all'estero, perché la scuola italiana è troppo faticosa e la mia città non ha molto da offrire. Sto partendo perché a diciassette anni sento che è questa la cosa giusta da fare: scoprire, cambiare, vivere pienamente la metamorfosi in cui tutti siamo coinvolti e farlo con consapevolezza, ricominciare daccapo e correggersi laddove sappiamo di sbagliare, staccare le radici, prendere il volo, approcciarsi al mondo in maniera differente, a questo continuo evolversi e tornare indietro. Imparerò una nuova  lingua, una diversa cultura, gli usi e i costumi di una piccola parte di mondo; imparerò  a conoscermi e ad apprezzare la solitudine, a contare solo su me stessa, a superare ostacoli sempre più imponenti, a rialzarmi con le mie certezze, le mie convinzioni, a far rispettare le mie idee, a vivere pienamente i miei sogni senza avere paura quando  il percorso appare troppo lungo.

Alla mia partenza mancano appena diciannove giorni. La mia valigia è esposta nella vetrina di chissà quale negozio e il mio Visto è ancora custodito in Ambasciata, a Napoli. È cambiato qualcosa, una cifra forse, eppure tutto è sempre uguale: calma apparente. Non potrei essere più confusa.





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