#30 Keep going... (47 days)

21:09 Ludovica De Joannon 0 Comments


18 luglio 2015. Ore 8:48

 

Arriva all'improvviso, lampo fulmineo, la consapevolezza che tra dieci giorni, dieci brevissimi giorni, a quest'ora sarai in macchina, direzione aeroporto Roma Fiumicino e prenderai il volo che hai atteso per settimane, addirittura mesi, qualcuno forse anni. E mentre lo realizzi è in realtà come se non te ne rendessi davvero conto: mancano 10 giorni, hai tracciato un'altra X, aperto l'applicazione del countdown sedici volte per esserne certa eppure quella data appare così distante, lontana, impalpabile. Tra la te di adesso, sdraiata in un leggo cigolante, con la tua migliore amica che continua a dormire e un panorama mozzafiato fuori dalla finestra, mare montagne cielo, e la te del 28 luglio, c'è una distanza che soltanto i saluti potranno in qualche modo colmare. Saranno il ponte definitivo che ti collegherà a quella giornata strana, folle, emozionate. Dopo i saluti, nient'altro. Ti girerai un'ultima volta e ti specchierai nei sorrisi e nelle lacrime della tua famiglia, farai un cenno con la mano, riafferrerai la tua valigia e ti volterai definitivamente, con meno paura perché non hai alternative. Ti farai coraggio, non sei ancora sola, ci sono altri ragazzi che stanno vivendo le tue stesse emozioni e sono li, affianco a te, in attesa di salire su quell'aereo che atterrerà a New York, dall'altra parte dell'oceano. In quelle dieci ore seduta affianco al finestrino, passerai la maggior parte del tempo osservando le sfumature del cielo e lascerai correre la Tua mente tra le nuvole e ti ripeterai "andrà tutto bene". Sonnecchierai, guarderai un film, conterai le ore che mancano all'atterraggio, sognerai i grattacieli e una camera d'albergo, la tua famiglia ospitante in aeroporto, la valigia che preghi riconoscerai  tra le tante. Sarai stanca, emozionata, trepidante, ansiosa. Sarai quel mix di emozioni che hai imparato a riconoscere, montagne russe di felicità e tristezza. Incontrerai persone con altre direzioni, sentieri uguali eppure diversi. Riderai tanto perché è l'inizio del tuo viaggio e non potresti essere più felice …

 

03 settembre 2015. Ore 18:43.

Ho trovato queste parole salvate tra le tante note del mio cellulare. Mancavano giusto dieci giorni alla mia partenza. Adesso ne sono passati trentotto. Ebbene si, il primo di questi dieci mesi in America, si è concluso lasciandomi una particolare sensazione addosso. Proprio come quel 18 luglio, non so come reagire a questo scorrere del tempo… un attimo mi sembra che stia volando e quello dopo è come se non scorresse mai. Mi trovo a pensare di voler stare qui e scoprire cosa quest’esperienza ha in serbo per me, e contemporaneamente mi sorprendo a vagare sul calendario a contare i giorni che mi separano dal ritorno in Italia…

12 settembre 2015

La routine di un americano è folle. La routine di un americano che è nella squadra di pallavolo è folle. La routine di un americano che è nella squadra di cross country è folle. La routine di un americano che è sia nella squadra di pallavolo che in quella di cross country è folle.

La routine di un exchange student che finge di essere americano e che si trova coinvolto in entrambi gli sport… beh, lo è ancora di più.

Sono le 5:30, la sveglia suona. A tentoni blocco l’allarme e mi rigiro nella copertina rossa cercando di non pensare alla lunga ed estenuante giornata che mi aspetta. Prendo coraggio e rotolo giù dal letto dove giace l’uniforme di pallavolo. La indosso al buio, cercando di fare il meno rumore possibile dal momento che la sorella ospitante preferisce dormire più a lungo. Prendo il borsone con ricamato il numero 8 sulla tasca frontale, afferro lo zaino carico di libri e, in punta di piedi, raggiungo la cucina. Mentre aspetto che il caffè sia pronto preparo la colazione e il pranzo da portare a scuola: panino, verdura, frutta. Drinnn. Verso il caffè in una tazzona e lo porto con me in macchina: bollente e rigorosamente nero. Sono le sei  e via, a sfidare il buio e a cercare le ultime stelle di una notte che è ormai giunta al termine. Dieci minuti di macchina e siamo a scuola. “ have a good day”, “thanks, you too”. Salutiamo la mamma ospitante e ci avviamo verso lo spogliatoio senza troppo entusiasmo. Indossiamo ginocchiere e calzettoni e andiamo a preparare il campo. Due ore di allenamento fino alle otto e mezza, poi un’ora di atletica come first period. La campanella suona. Abbiamo tre minuti per raggiungere la prima classe. E così inizia la corsa da un’aula all’altra, da un corridoio all’altro, sempre in ansia perché un ritardo può incidere sulla media scolastica. Government, tutorial, anatomy and phisiology, english IV, phisics e lunch. Mi siedo al tavolo con la squadra di pallavolo e cerco di non lanciare occhiate di esplicito disgusto alle specialità della mensa. Approfitto del wifi per sentire casa: una chiamata skype, una nota vocale. Sono le 13:06 e si ricomincia: speech, US history e Ingeneering Mathematics. Finalmente le lezioni sono finite. Corro all’armadietto nello spogliatoio, mi cambio e indosso la divisa per cross country. Andiamo a correre tra i campi: due miglia al giorno cercando di non romperci le caviglie ed ossa varie. Dopo un’ora sono distesa, agonizzante sul pavimento cercando di respirare. Zoppico fino alla macchina: il papà mi è venuto a prendere. Ci fermiamo allo store per comprare qualcosa, andiamo a casa e mi faccio una doccia. Sono quasi le cinque, tuta e felpone, un frutto, compiti e poi cena, che può essere “free” (ognuno mangia quello che vuole) o un normalissimo pasto rigorosamente consumato sul divano di fronte a un programma di scarso interesse. Sono le otto e mezza e inizio a sbadigliare, ultimi tentativi di lottare contro il sonno ( a letto alle otto e mezza no eh!) e alle nove inizio a cedere. Mi infilo nel letto e guardo le foto appese alla mia destra: cuffiette e pensieri. Spengo la luce e penso a quello che sto vivendo, a un altro giorno che si è concluso, alla mia famiglia e ai miei amici, al fuso orario e a quello che avrei fatto se mi fossi trovata in Italia. Penso al momento in cui riabbraccerò i miei genitori, e a quello in cui dovrò salutare la mia famiglia ospitante. Penso ai miei progressi con la lingua e a quello che ho affrontato, e superato, nelle ultime settimane. Penso che posso farcela, e penso che non ce la farò mai. A quanto siano lunghi dieci mesi e a come il tempo stia volando. Penso alla graduation e all’estate che passero sui libri a studiare quanto non ho potuto qui, al caffè bollente che mi aspetta il mattino seguente…

E così, tra un pensiero e l’altro, le palpebre si chiudono e sprofondo in un sonno senza sogni: il mio sogno, beh, lo sto vivendo ad occhi aperti.

La mia vita qui è una scoperta continua, ogni giorno mi regala qualcosa di nuovo: una lezione, un’esperienza, un’emozione. Sto imparando ad abituarmi a tutto, a cogliere l’attimo e a non dire mai di no, a vivere il presente con intensità, a farmi avanti quando nessuno sembra voler parlare con me, ad accettare quelle differenze che, all’inizio, hanno contribuito a rendere lo shock culturale ancora più forte…

Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, e ora che me ne rendo conto, capisco che non potrei essere più grata e che ne vale la pena, per quanto possa essere difficile, ne varrà sempre la pena.

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