#21 Ventotto luglio 2015: America, America.

08:20 Ludovica De Joannon 0 Comments

America, America.
Dopotutto non manca troppo al nostro incontro.
Prenderò quell'aereo e vedrò la mia vita, a poco a poco, rimpicciolire sotto i miei occhi. Dentro i miei occhi.
Casette e,
strade annodate,
puntini di macchine,
sbaffi di
persone,
rettangoli d'erba e,
squarci di mare azzurro.

Sotto una coperta di nuvole vedrò la mia vita, invisibile, lontana,  distante, ma impercettibilmente presente.
Incastrata in una lacrima, sospesa in un sorriso.

In quella porzione d'aereo che si apre sull'infinito vedrò scorrere, filtrata dai raggi del sole, l'eternità dei ricordi e sentirò mormorare: "noi ci saremo".
E quando, inaspettatamente, il sussurro diventerà urlo,
urlo,
allora capirò che
non si è mai abbastanza pronti
per
darsi l'ultimo abbraccio
guardarsi per l'ultima volta
dirsi arrivederci
quando, nelle orecchie, lo senti:
"addio".

America, America.
Dopotutto non manca troppo al nostro incontro.
Ma facciamo che, di tutto questo, io non sappia ancora nulla;
di scienza inesatta di partenze e viaggi senza fine,ignara.
Perché quando si è sul punto di prendere il volo, di staccare i piedi dal suolo, non ci si può permettere un solo passo,pensiero,impulso falso. Seppur momentaneo. Sarebbe fatale.
E allora io, che di tutto questo non saprò nulla e che della scienza inesatta di partenze e viaggi senza fine sarò ignara, viaggerò leggera con la testa, letteralmente, tra le nuvole e con, le nuvole.
Guarderò fuori dal finestrino e l'oblò mi restituirà l'immagine di un sorriso, di un abbraccio, di un saluto strano, a metà tra un "arrivederci" e un "a domani".

America, America.
Ti stai facendo aspettare e nell'infinita attesa qui, a settemila chilometri di distanza, oltre l'oceano, oltre ogni possibile previsione, ci si sente tutti un po' vulnerabili.
Prima di prendere un treno, nella follia del ritardo, nello scivolare dei minuti, nella velocità che taglia il mondo.
Prima di salire su una nave, nell'esasperata logica dell'immenso blu, nella sua costante, nel suo inesauribile andare e tornare.
Ed è così, prima di ogni partenza.
Perché si, ho il biglietto di quell'areo e si, starò un anno fuori casa e già, non posso fare a meno di pensarci però,
però,
non voglio pensarci,
voglio andare,
ora,
quando meno me lo aspetto,
con la mente vuota,
senza calcoli, senza pro
e senza contro.
Senza valigia, senza niente.
Se non:
curiosità.

America, America.
Dopotutto non manca troppo al nostro incontro,
vedi?
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#20 Dove c'è molta luce l'ombra è più nera

08:54 Ludovica De Joannon 0 Comments

A volte si ha come la sensazione che tutto stia per crollare: certezze,convinzioni,sogni .

Una barchetta dondola vertiginosamente in preda alle onde di un mare in tempesta  che, nella loro folle danza, la trascinano con violenza sott'acqua, spezzandone  in legno, le vele, conducendola laddove sfugge il controllo di ogni cosa, di ogni ragionevole pensiero.

A volte ci si sente così fragili che ogni cosa pare dilatarsi in ombre minacciose, dense di punti interrogativi e di tremori, di dubbi e di paure. Le vedi, quelle spesse nuvole cariche d'inchiostro che incombono su quella minuscola barchetta, circondandola con grandi braccia ventose e sospiri umidi.

E poi succede che un timido raggio di sole si fa spazio in quello scenario di solitudine  e le restituisce quel calore che sentiva lontano, quel modo tutto particolare di osservare le cose, con curiosità ed interesse ed una certa voglia di condivisione.
Il vento cessa di ululare e il mare sembra piangere mentre si frammenta in piccole onde dal tocco gentile, dal tocco doloroso.
Tutto sembra esser tornato alla normalità.

Il problema è che, a questo punto, la normalità non ha più contorno, non è più definita. Pare confondersi con il paesaggio,  acqua e cielo, nuvole e salmastra schiuma bianca.
I colori si fondono e le emozioni vengono amplificate.
E le senti dieci, cento, mille volte di più e ti chiedi come hai fatto, fino a quel momento, a viaggiare in un'unica direzione, con la paura di curvare, tornare indietro, fare a zig zag.

E la barchetta è pervasa da uno spirito nuovo, avventuriero, insaziabile, forte.
I pezzi vengono assemblati da una mano amica, da una parola di conforto, da una promessa che, chissà, forse verrà mantenuta  e tutto ricomincia ma qualcosa è cambiato.

E l'orizzonte, quella linea parallela, quella sfida quotidiana, quella percezione di infinito, sarà ancora più distante ma, allo stesso tempo, sempre più vicino.

Perché non sarà più un traguardo ma un punto di partenza.

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#19 Lasciateci sognare

10:52 Ludovica De Joannon 1 Comments

Un flusso di gente che va e viene. Persone che camminano in tutte le direzioni,gli occhi sulla strada;  persone che stanno ferme, lo sguardo impigliato in una stella.
Vite differenti che si armonizzano nella contemplazione di un domani più o meno vicino, più o meno raggiungibile. Un domani che sa di speranza ma che non nasconde strascichi di disperazione, un domani che si riflette negli occhi di chi non può smettere di sognare.
Avete presente le iridi di un sognatore? Quelle sottili striature scintillanti che intrappolano frammenti sfuggevoli di una realtà imprevedibile?
Se si, vi sarete accorti di come quel paio d'occhi  riesca ad allacciarsi saldamente, ma allo stesso tempo in modo gentile, a voi, per trasportarvi in un mondo in cui tutto è possibile, dove l'utopia è certezza, la realtà rovesciata.
Adesso immaginate la forza e l'intensità dello sguardo di una dozzina di sognatori in calzamaglie e sorriso: gente con valigie colme di storie e lacrime di un funesto passato  che ha tentato di strappar loro le ali, talvolta riuscendoci.
Ragazze e ragazzi che, dal Brasile, sono entrati in punta di piedi nella mia piccola esistenza per lasciarvi impronte profonde e significative; segni che, semplicemente, non possono essere cancellati.
Uno spettacolo di danza, di musica, di tradizioni lontane che ha amplificato, nel silenzio delle parole non pronunciate, la voce di tutti quei giovani impegnati a raccontarci una,cento,mille storie differenti che si sono intersecate nella "Casa do menor", un luogo di accoglienza che ha dato loro la speranza per un domani, quel famoso domani, di cui tutti parlano.
Ballerini, attori, musicisti, acrobati cresciuti nella solitudine delle periferiche strade brasiliane, quei vicoli  dimenticati da tutti, in una società globale in cui non si tende la mano verso l'altro e non si osserva al di là del proprio io.

Uscire dai confini dell'America del sud, parlare di globalità e umanità, mi risulta quantomai essenziale per tentare di cucire lo strappo che ci tiene divisi, abbattere ogni esistente barriera  per avvicinarci a persone e popoli tanto diversi da noi da assomigliarci: il primo passo di un lungo cammino universale; un viaggio non soltanto materiale ma soprattuto interiore.
Questo spettacolo non solo mi ha emozionata profondamente ma ha saputo offrirmi moltissimi spunti di riflessione e altrettante aspettative per un futuro, sarà banale dirlo, migliore.

Se superare i limiti dell'indifferenza appare un'impresa straordinaria nella nostra evoluta società globale, è da folli alimentare la speranza di un unione, un'alleanza salda e profonda  tra i popoli?

Io, come tanti altri, voglio crederci:

lasciateci sognare.











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