#36 "Ed è subito sera"

08:45 Ludovica De Joannon 0 Comments

Siamo il sintomo di una malattia universale. 

Anime inconsapevolmente infette, strette nella morsa di una società tossica, nel cui veleno affoghiamo queste menti deliranti e nella cui insana logica troviamo nutrimento per questi corpi schizofrenici, inspirando follia, espirando delirio, l’emozione che diventa paranoia. 


Scivolano i secondi in una pila di minuti, ore, giorni, mesi, anni che danno vita alla vita attraverso un processo di accumulo continuo, chiuso e finito in se stesso. Uno sull’altro. Il peso del tempo che si misura in battiti di cuore mancati, respiri trattenuti e palpebre sorprendentemente immobili, spalancate, incapaci di chiudersi nemmeno per un istante. 


Ed è un viaggiare in mille direzioni differenti, tornare sui propri passi per riprendere a correre con l’orizzonte negli occhi, l’arancio del tramonto, il sole che vi scompare dentro. 

È fermarsi in quel momento, le braccia lungo i fianchi inermi, i piedi ancorati al suolo, fili sottili di un infinito campo dorato tutt’intorno, l'intensità di un pensiero che raggiunge una sponda distante un oceano, la debolezza nel trattenerlo e la forza nel lasciarlo volare lontano, ali leggere su uno sfondo blu. 

E quello che vedi è un interrogativo senza risposta, e quello che provi è un inspiegabile tutto. 

Speranza nella pallida luce di un sole ancora invernale. 

Serenità nei raggi che filtrano tra i rami spogli come un’emozione che si fa strada in un corpo privo di difese. 

Solitudine in una stanza affollata.

Confusione in tutte queste bocche che si muovono, si aprono, creano suoni, e queste mani che si stringono, e questi corpi che si incontrano, e queste vite che si intrecciano in una danza dai passi che non conosci. E in quella stanza tu non balli. Ma anche se resti a guardare da un angolo, in disparte, ti piace seguire il loro muoversi, e quando vedi fiorire un sorriso non puoi fare a meno di copiare quel movimento spontaneo, così genuino, apparentemente semplice. E sorridi, ma lo fai in modo  meccanico, studiato, ragionato, addirittura triste, esitando per qualcosa che non è tuo, vivendo un tempo che non è tuo, in una casa che non è tua, in una lingua che non è tua, con una te che non sei tu ma che è la risposta a un cambiamento troppo grande. Improvviso. Sconvolgente. 


Scivolano i pensieri in una pila di sensazioni, impressioni, percezioni, emozioni che danno vita alla vita in un processo di accumulo continuo, aperto e infinito. Paura, serenità, malinconia, confusione, gratitudine, stanchezza, determinazione, smarrimento, armonia, incertezza, quiete. E quello che provi è un inspiegabile tutto. E tutto quello che vedi, e tutto quello che tocchi, e tutto quello che odori, che assapori,che ascolti, che provi, che pensi, che sogni, che ricordi, che ami. Questo è quello che sei. Moltitudini in disarmonia. Un eccesso di contraddizioni.

E in un giorno qualsiasi ti rendi conto di esser diventata l’ennesima vittima, e che il tuo vivere è soltanto il sintomo di una malattia universale: il Pieno.




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