#38 Exchange year

L'anno all'estero è un processo estremamente lungo e complesso; si presenta in forma di contratto, pagine su pagine da compilare, vaccini da fare, lettere da scrivere.
Avanza come un'idea impalpabile, lontana, un desiderio che lentamente, ma lentamente, si avvicina sempre di più. L'anno all'estero è astrazione pura, è un gioco di sorte e di coraggio, a volte è sfortuna e a volte no, a tratti è quasi delusione, ma molto spesso ti coglie di sorpresa, e capovolge il tuo mondo regalandoti una nuova prospettiva. L'anno all'estero è il tempo che passa e non passa mai, è contare i giorni e promettersi di non farlo più, perché il tempo fa paura. L'anno all'estero è promesse non mantenute, quando ogni mattina apri l'app del countdown, e quando a quel "ci sentiamo domani" non ricevi mai risposta; e quindi l'anno all'estero è anche silenzio, quel silenzio che lo provi sulla pelle sotto forma di brividi, che lo percepisci nelle ossa, e che ti appesantisce il cuore tingendo di grigio una giornata di sole.  L'anno all'estero è contraddizione, quando intorno a te, ma sopratutto dentro di te, c'è così tanto rumore, così tanta confusione, una musica così intensa che ti capita di doverti fermare nel bel mezzo di un corridoio, come interrompendo una corsa troppo veloce. Ti fermi e lasci che le persone camminino intorno a te, ti superino, incuranti di quello che sta succedendo nella tua testa. L'anno all'estero è avere paura di non essere accettati, è sentirsi stranieri e vedersi negli occhi degli altri come una strana creatura proveniente dall'altra parte dell'oceano. L'anno all'estero è le domande che ti pongono e a cui puoi solo rispondere con una risata, è sentirsi chiedere di parlare nella propria lingua e sorprendersi di come possa sembrarti diversa, di come sia difficile non nascondere l'amore per quei suoni che di te dicono tanto, ma che gli altri non capiranno mai. L'anno all'estero è noia, quando sei solo e realizzi che sette ore e diecimila chilometri ti separano da quelle persone con cui ti piacerebbe parlare, anche solo per un po', anche solo di cose poco importanti. L'anno all'estero è un libro, ed ogni capitolo è una lezione di vita, quando
impari a diventare un tutt'uno con il paesaggio che scorre lento fuori dal finestrino, e a divorare con lo sguardo distese di erba senza fine, perché magari domani non sarà lo stesso e dopodomani dovrai lasciare questo posto. E capisci che forse è necessario prendersi il proprio tempo, guardare un po' più a lungo l'ingresso di casa prima di partire, il profilo del tetto e il movimento delle ombre che danzano sul muro. L'anno all'estero è realizzare che non hai bisogno di tante persone per vivere, che anche se non è stato facile, alla fine hai imparato a convivere con la solitudine, a trovare una singola lucciola nel buio della notte e sopratutto a fartela bastare. Ma l'anno all'estero è anche rendersi conto che nonostante la forza che hai scoperto di avere, di qualcuno non potrai mai fare a meno, che la vita non è la stessa senza determinate persone e che la loro assenza si presenta casualmente, senza preavviso, e senza ragione. All'improvviso. 
L'anno all'estero è chiedere spiegazioni, per qualunque cosa e a qualunque persona tu possa incrociare. È voler sapere il significato di ogni parola che non conosci, perché magari un giorno vorrai parlarne con qualcuno e invece di gesticolare come un matto, ti farebbe comodo sapere come si chiama quella cosa che anima la vostra conversazione. L'anno all'estero è un album pieno di fotografie, ed è fotografie piene di ricordi. È una bandiera e un inno che canterai spesso, è una combinazione di colori che non troverai più da nessuna parte, e un insieme di note che non avranno mai più quella stessa melodia. L'anno all'estero è tante cose belle, e altrettante cose brutte. È persone che vorranno accoglierti sin dal primo giorno, ed è anche persone alle quali non importerà nulla di quello che ti ha spinto a lasciare casa. L'anno all'estero è sentirsi piccoli piccoli, ed è anche sentirsi sorprendentemente grandi, a volte perfino un po' troppo. È voler tornare dalla mamma, abbracciare il papà e litigare con la sorella che nel frattempo, e il perché tu non lo sai, ha dormito nella tua stanza, e indossato i vestiti che hai lasciato senza chiederti il permesso. L'anno all'estero è i social che ti permettono di vedere quelle facce proprio nello stesso istante in cui premi sul "rispondi", ed è anche le lettere che hai mandato e che sono state attese, e quelle che hai ricevuto, e che ti hanno colto di sorpresa. L'anno all'estero è un diario dalla copertina di legno le cui pagine sono piene di vita, e che quasi ti ha fatto piangere, quando ti sei reso conto che quella su cui stai scrivendo, è proprio l'ultima. È una trappola fatta di sorrisi, ma molto spesso anche di lacrime. È l'aereo che è partito in un 28 luglio di un'estate ormai lontana, ed è quello stesso giorno di ogni mese quando festeggi, dentro di te, un altro traguardo raggiunto.
Ma alla fine, lasciatemi dire questo: l'anno all'estero non è niente di tutto quello che ho scritto, sarebbe troppo facile, vederlo così, nero su bianco. L'anno all'estero è un'allucinazione, qualcosa che nonostante pensi di aver vissuto, non realizzerai mai, non ordinerai mai, non capirai mai. È un'altra dimensione, un'indescrivibile assenza di parole, e sopratutto una magnifica, perfetta, combinazione di sogni. 

#37 252 giorni d'America

Caro diario, 
non ci credo. Non posso credere al fatto che fra poco più di due mesi sarò in Italia, a casa. Ma quando lo dico, cosa intendo? Cosa vedo? Dopo otto mesi lontana da quella che è sempre stata "casa", mi ritrovo qui, a chiedermi cosa sia cambiato, come sarà il ritorno, il mio ultimo anno di superiori, il mio rapporto con gli altri, il rapporto che ho costruito con me stessa. Sarò in grado di farcela? Di non deludermi e di non deludere? 
Questa è stata, e sempre sarà, l'esperienza più folle, completa, astratta, intensa, forte, vera, dolorosa, emozionante della mia vita. Non ci sarà un altro anno così, non un'altra famiglia ad accogliermi tra le pareti di una casetta di legno, puntino tra i campi, briciola di pane nell'immenso Texas. Ma la fine non sarà la fine, questo è necessario che io me lo ricordi: la fine segnerà semplicemente l'inizio di qualcos'altro; perché la vita va avanti, per tutti, e fermarsi, rimanere incastrati nel passato implica lo spreco di un tempo che non tornerà mai più, e cioè il presente che sto respirando in questo momento, seduta alla scrivania di una cameretta dalle pareti gialle, lo sguardo perso nella figura immobile degli alberi, non un alito di vento, non un movimento disarmonico. E io, se c'è una cosa che ho capito, è che non esiste nulla di più prezioso del valore di un giorno vissuto veramente. 
Forse è vero quello che si dice, che una volta preso il volo è difficile tornare a camminare. Non posso nemmeno lontanamente pensare all'idea di tornare alla vita che conducevo prima, alla me che è partita in quel 28 luglio, un martedì che pare essere così lontano, una lontananza che ha poco a che fare con il tempo. E come potrei tornare indietro dopo aver assaggiato questa piccola, immensa parte di mondo; come potrei lasciarmi risucchiare dal vortice dal quale mi sono liberata con così tanta fatica, da quella trappola fatta di preoccupazione, ansia e tensione; come potrei tornare a non sentirmi abbastanza quando ho vinto la solitudine, la nostalgia, l'imbarazzo, l'incomprensione, l'indifferenza... Come potrei allontanarmi da me stessa dopo essermi stata vicina così a lungo?
 E forse è vero che il viaggio è dentro di noi, che tutto quello che tocchiamo, osserviamo, proviamo, sentiamo, pensiamo, è qualcosa di invisibile e pesantissimo, come una corazza contro lo scorrere del tempo e lo sbiadire dei ricordi. 
Ultimamente sempre più persone si rivolgono a me con una domanda semplicissima, gettata lì quasi casualmente, ma a cui è così difficile rispondere:"sei pronta a tornare?" E una sequenza di momenti, sorrisi, sguardi, lacrime mi scorre negli occhi, e non vedo più il presente, ma vedo tutto quello che questa America mi ha dato, il mio spirito completarsi e spezzarsi,tingersi di sfumature imprecise... E a quella domanda io non so cosa rispondere: si, no, forse, non saprei, è troppo complicato, è maledettamente semplice, così semplice che è impossibile da capire, abituati come siamo a rendere ogni cosa più difficile di quanto in realtà non sia. E dentro di me lo so, che se potessi, salirei su un altro aereo in questo istante, con un diario e una macchina fotografica; un aereo che mi porterebbe chissà dove, così affamata di libertà e conoscenza; io, che potrei vivere di storie raccontate alla luce di un falò sulla spiaggia; che vorrei assaporare tutto, il Sud America, l'Africa, l'Asia, le isole sperdute e dimenticate, i continenti, i mari, le città, le distese di fiori, e sabbia, ed erba. Io, che vorrei avere più vita nei miei giorni e più tempo per immergermi in questo mondo incredibilmente vasto e profondo. 
Ma se solo potessi dire a qualcuno che la forza sta nel contemplare il fiore senza raccoglierlo, che il coraggio sta nell'aprirsi a se stessi, che imparare a conoscere e conoscersi vale di più di qualsiasi nozione o formula matematica, che ci sono troppe lingue, leggende, tradizioni, dissonanze e assonanze per fermarsi alle proprie, che davvero, nel silenzio e nel buio si possono sentire e vedere cose indescrivibili, inimmaginabili. E se soltanto avessi il potere di regalare un sorriso a un bambino cresciuto nel dolore, nell'odio, in una guerra di cui non conosce ragione, di cui non esiste ragione. E se soltanto potessi ricordare a chi se ne è dimenticato, che non c'è dio che vorrebbe vederci combattere, contro noi stessi e contro gli altri, contro principi in cui non ci riconosciamo, regole, schemi, libertà limitate, sentimenti contrastanti, idee costruite e modellate in maniera maniacale, malsana, disumana. Se soltanto ci fosse più interesse e meno indifferenza, più curiosità e meno giudizio, più musica, più profumi e più colori. Se soltanto le culture potessero imparare a conoscersi, a toccarsi senza scontrarsi, senza perdere il senso della ragione, senza paura, senza classificarsi in migliore e peggiore, senza dover sanguinare prima di rendersi conto che non c'è niente da vincere, che abbiamo già tutto... Se soltanto avessimo il desiderio di condividerlo. Che la vita è così fragile e preziosa, che privarne una persona, un animale o una pianta, è un'azione spaventosamente illogica e contro natura, che non esiste un'anima innocente, se non quella di cui di tutto ciò è ancora ignara. E questo senso di colpevolezza mi fa piangere il cuore, quando mi rendo conto che in tanti modi è anche colpa mia, che si potrebbe davvero cambiare mentre intorno a me il mondo sta degenerando, che pur cercandolo ovunque, un senso io non lo trovo. 
Caro diario, 
Io cerco di essere forte, ma non posso negare che l'irrazionalità dell'essere umano mi spaventi: quando le stesse mani intente a stringere un bambino, suonare uno strumento, accarezzare un cane, disegnare fiori, congiungersi in preghiera, asciugare lacrime,sfiorare il contorno delle labbra di qualcuno, creare ombre, suoni, illusioni... Quando vedo queste stesse mani stringere un fucile, sradicare alberi, gettare in mare trappole mortali, tagliare, tritare, impastare quello che prima era un essere vivente, colpire una donna, un bambino, un uomo; gettare un rifiuto per terra; rendersi capaci di cose così tristi, brutte, incoerenti e violente che soltanto il pensiero fa star male. Io non capisco da dove tutta questa cattiveria abbia preso forza, di cosa si sia nutrita, dove ci porterà. Quando abbiamo smesso di pensare alle conseguenze? All'effetto dei nostri gesti e delle nostre parole? Dev'essere stato un processo tanto lungo e lento da averci coinvolto senza farcene rendere conto. Eppure io in parte lo vedo, eppure io mi sforzo di capire, eppure, nonostante tutto, non posso che provare un'indescrivibile  delusione per l'essere umano, ormai privo delle sue parti: il suo essere, e la sua umanità. 
Caro diario, 
Io lo so di essere una goccia nell'oceano, un granello di sabbia nel deserto, un filo d'erba in uno di questi immensi prati texani che mi circondano, una bambina appena diciottenne tra miliardi di persone. So che le mie sono parole e piccoli gesti, e che il mio contributo è quasi insignificante in confronto alla vastità di questo mondo e dei pensieri che lo dominano. Ma seppur quasi invisibile, penso che non sia del tutto inutile, penso che anche se non può cambiare la realtà di tutti, può forse cambiare la mia, e se per ognuno fosse lo stesso, se ogni individuo riuscisse a trovare l'armonia, a vedere la bellezza nella trasformazione del proprio io, allora magari potremmo farcela, potrei sorridere senza provare quel senso di colpa e paradossale tristezza che mi assale ogni singola volta. E io vorrei essere spensierata, mi piacerebbe smettere i cercare un senso, perché dentro di me so che si tratta di una ricerca vana, ma indispensabile per non farmi impazzire. 
Caro diario, 
io ce la metterò tutta, nonostante la consapevolezza dei miei limiti, farò il possibile per tracciare il mio percorso nella direzione dei miei pensieri. Farò il possibile per non viaggiare mai contro i miei principi, e sopratutto non smetterò mai, mai di vedere la bellezza nelle piccole cose e nei dettagli di cui, ormai, non posso più fare a meno... 

#36 "Ed è subito sera"

Siamo il sintomo di una malattia universale. 

Anime inconsapevolmente infette, strette nella morsa di una società tossica, nel cui veleno affoghiamo queste menti deliranti e nella cui insana logica troviamo nutrimento per questi corpi schizofrenici, inspirando follia, espirando delirio, l’emozione che diventa paranoia. 


Scivolano i secondi in una pila di minuti, ore, giorni, mesi, anni che danno vita alla vita attraverso un processo di accumulo continuo, chiuso e finito in se stesso. Uno sull’altro. Il peso del tempo che si misura in battiti di cuore mancati, respiri trattenuti e palpebre sorprendentemente immobili, spalancate, incapaci di chiudersi nemmeno per un istante. 


Ed è un viaggiare in mille direzioni differenti, tornare sui propri passi per riprendere a correre con l’orizzonte negli occhi, l’arancio del tramonto, il sole che vi scompare dentro. 

È fermarsi in quel momento, le braccia lungo i fianchi inermi, i piedi ancorati al suolo, fili sottili di un infinito campo dorato tutt’intorno, l'intensità di un pensiero che raggiunge una sponda distante un oceano, la debolezza nel trattenerlo e la forza nel lasciarlo volare lontano, ali leggere su uno sfondo blu. 

E quello che vedi è un interrogativo senza risposta, e quello che provi è un inspiegabile tutto. 

Speranza nella pallida luce di un sole ancora invernale. 

Serenità nei raggi che filtrano tra i rami spogli come un’emozione che si fa strada in un corpo privo di difese. 

Solitudine in una stanza affollata.

Confusione in tutte queste bocche che si muovono, si aprono, creano suoni, e queste mani che si stringono, e questi corpi che si incontrano, e queste vite che si intrecciano in una danza dai passi che non conosci. E in quella stanza tu non balli. Ma anche se resti a guardare da un angolo, in disparte, ti piace seguire il loro muoversi, e quando vedi fiorire un sorriso non puoi fare a meno di copiare quel movimento spontaneo, così genuino, apparentemente semplice. E sorridi, ma lo fai in modo  meccanico, studiato, ragionato, addirittura triste, esitando per qualcosa che non è tuo, vivendo un tempo che non è tuo, in una casa che non è tua, in una lingua che non è tua, con una te che non sei tu ma che è la risposta a un cambiamento troppo grande. Improvviso. Sconvolgente. 


Scivolano i pensieri in una pila di sensazioni, impressioni, percezioni, emozioni che danno vita alla vita in un processo di accumulo continuo, aperto e infinito. Paura, serenità, malinconia, confusione, gratitudine, stanchezza, determinazione, smarrimento, armonia, incertezza, quiete. E quello che provi è un inspiegabile tutto. E tutto quello che vedi, e tutto quello che tocchi, e tutto quello che odori, che assapori,che ascolti, che provi, che pensi, che sogni, che ricordi, che ami. Questo è quello che sei. Moltitudini in disarmonia. Un eccesso di contraddizioni.

E in un giorno qualsiasi ti rendi conto di esser diventata l’ennesima vittima, e che il tuo vivere è soltanto il sintomo di una malattia universale: il Pieno.




#35 L'inizio di cosa

L’alba negli occhi e fermarsi a toccare tutta un’assenza di colori, le dita che sfiorano il pallore di sfumature confuse, i contorni di immagini dai toni sbiaditi, il silenzio del paesaggio slavato nel primo giorno dell'anno. Respiri la quiete della rinascita e resti incastrata in quell’immobilità che sai essere solamente apparente. Quando nessun tratto di pennello spicca sugli altri riesci quasi a notarlo, il lento fondersi di momenti vissuti, il loro graduale avvicinarsi e toccarsi per poi respingersi,l’insolito combinarsi di percezioni ed emozioni e contrastasti interiori. E non te la spieghi, dopo un tempo tanto lungo, questa anarchia dei sentimenti, il non riuscire a definire,a definirti, a dare delle risposte a domande che ti sei posta in un sussurro mentre guardavi il sole scomparire sotto la linea dell'orizzonte; ogni giorno, davanti la stessa finestra, con una tazza di tè ormai fredda tra le mani: la fine di un rituale, la nostalgia di un attimo. Così ti rendi conto che non puoi fermare l’avanzare del buio, né liberarti dalle tenebre che,come un pesante drappo di velluto nero, ti avvolgono di solitudine. 

E allora, mentre tutto tace, trovi compagnia nelle pagine di un diario dalla copertina di legno, e ti accorgi che è difficile tentare di trattenere tutta questa vita tra le mani, che un po' devi lasciarla andare e vedere dove va per conto suo e ti chiedi perché, perché ti ritrovi a vagare senza meta, perché non riesci più a trovare le parole per risponderti... 

Continui a cercare un punto di svolta ma invano, e ti senti incastrata, a metà strada ma verso dove, l'America l'Italia te stessa la verità, non lo sai. E c'è sempre quel desiderio di riscoprirti, reinventarti, riconoscerti e sempre la paura che si tratti solamente di parvenza, illusione.

Ti guardi indietro e non ti ricordi più chi eri, cosa ti piaceva fare, a cosa pensavi e sognavi, di cosa vivevi e da cosa ti lasciavi consumare. E ti guardi allo specchio e non sai più chi sei, cosa ti piace fare, a cosa pensi e sogni, di cosa stai vivendo e da cosa ti stai lasciando consumare. E guardi al domani e non hai la più pallida idea di chi sarai, cosa ti piacerà fare, cosa penserai e cosa sognerai, di cosa vivrai e da cosa ti lascerai consumare. Ed è soltanto confusione, caos, delirio. 

Cominci a chiuderti in te stessa, e diventi così silenziosa, ma così silenziosa che ti prende una nostalgia per quella persona che eri prima, senza tutta questa timidezza, questo programmare ogni gesto, parola, pensiero. 

Perchè come glielo racconti qui tutto quello che ti sei lasciata alle spalle, come glielo dici che dentro di te c'è un mondo di emozioni, ed esperienze, e ricordi, amicizie, e libri letti e spartiti imparati a memoria e sapori che ti portano dall'altra parte dell'oceano solamente a pensarci. 

Come glielo  spieghi cosa significa scivolare nel luogo di nessuno, dove il silenzio è assordante, i sensi amplificati,  le emozioni vuote e prive di vibrazioni. Il nulla dentro, il niente intorno. Semplice assenza. Pura mancanza del tangibile, del palpabile, del percepibile. Le membra pesanti, il non osare muoversi.

Come glielo fai credere che è successo tante volte si, ma così all'improvviso che non ti ci si sei ancora abituata. 

Mai: al non trovarsi;

mai: al non incastrarsi; 

mai: al non riconoscersi.

Che la malinconia, la tristezza, la nostalgia ci sono ogni volta e non accennano a sbiadire ma anzi, sembrano prendere forza dalla stanchezza che ti porti dentro da cinque mesi, quella pesantezza fatta di momenti inconcepibilmente densi ed emozioni straordinariamente immense... 

Come glielo descrivi il nostro stare insieme, la TV che non è niente, se non un sottofondo, e i telefoni che non importa dove stanno, tanto le persone che contano stanno qua che senso ha usarli. Il tornare a casa quando fuori è buio e trovare la stufa accesa, le passeggiate al centro e il tè con la mamma, su una terrazza da cui si vede tutta la città. E i film con le amiche, il dormire insieme, il preparare dolci dai sapori semplici, l'andare al cinema il mercoledì perché costa meno e cavolo, ho quasi finito la paghetta; e l'abbracciare i miei genitori a fine giornata o in un momento qualsiasi,  il supplicare mia sorella perché "ti prego, prestami quel maglione, tanto te lo ridò", ma che alla fine resta nel tuo armadio e tu non glielo ricordi mica che sta lì. O i grandi festeggiamenti, Natale, Capodanno, i diciotto anni, la patente, l’indipendenza, il mare, la spiaggia, la pizza, il fiorire di sorrisi spontanei. 

Ci sono momenti, tanto sfuggevoli quanto intensi, in cui sento di aver messo tutto apposto, di aver trovato quello che cercavo, quello di cui avevo bisogno; ma la scintilla è troppo debole, e la fiamma muore in fretta.

Ti sorprendi a piangere perché vuoi tornare a casa ma allo stesso tempo non vuoi lasciare questa. A ridere perché sai che cinque mesi passano in fretta e di nuovo, sei consapevole di avere ancora cinque lunghi mesi da vivere qui. E le lacrime e i sorrisi e le preoccupazioni e le certezze e gli obiettivi e i desideri e la vita che è così tante cose che hai fatto, persone che hai incontrato, posti che hai visto. La vita che è emozioni, quelle vere, quelle che mentre le provi ti bruciano gli occhi perché ti commuovono, che ti accendono e che ti sfamano per un po', quelle che tu sei infinito e i confini non esistono, quelle che ti portano a danzare e a respirare l'universo perché davvero, davvero non hai bisogno di altro: nient'altro, per vivere. 

E questo vuole essere il mio augurio più grande: imparare a ballare sul filo della vita, ad occhi chiusi, seguendo i battiti del cuore, senza timore di sbagliare passi perché non c'è giudizio, competizione, voglia di dimostrare...c'è soltanto la leggerezza di emozioni semplici, e pure, e c'è la bellezza dei dettagli a fare luce tutt'intorno.

Spero che non perderai mai il senso di meraviglia

Sentiti sazia mangiando, ma non perdere mai quella fame

Possa tu non dare mai per scontato neppure un singolo respiro

E dio non voglia, amore, che io ti lasci mai a mani vuote

Spero che tu ti senta ancora piccola, quando stai di fronte all’oceano 

Quando una porta si chiude, io spero che un’altra si apra

Promettimi che darai a ciò in cui credi una possibilità di lottare. 

E quando ti si presenterà la scelta di star seduta in disparte, o di danzare,

io spero che danzerai, spero che danzerai.

Spero che non avrai mai paura delle montagne che vedi in distanza

Non prendere mai il sentiero più facile

Vivere può voler dire fare scelte, ma vale la pena di farle

Amare può rivelarsi un errore, ma vale la pena di farlo 

Non lasciare che qualche inferno ti pieghi il cuore,

ti lasci amareggiata.

Quando ti senti vicina a mollare tutto, riconsidera,

dai ai cieli sopra di te qualcosa di più di uno sguardo fuggevole. 

E quando ti si presenterà la scelta di star seduta in disparte, o di danzare,

io spero che danzerai, spero che danzerai, spero che danzerai.

Hwang Jin Yi

#34 Even your coldest winter, happens for the best of reasons

È arrivato in un martedì dal cielo invernale e polveroso, respirando sulle chiome rossastre degli aceri una melodia impercettibile dagli echi nostalgici, un canto malinconico scritto in scala minore.

Nel silenzio sottile delle prime ore del giorno, mentre il paesaggio sfilava muto fuori dal finestrino, ho chiuso gli occhi, cercando dentro di me la magia che ogni nuovo inizio porta sempre con se. 

Ma dicembre è un mese complicato. Complicato perché nelle sfumature della sua alba si avvertono già i toni del tramonto, in una combinazione insolita di inizio e fine, felicità e tristezza. 

Quel mix che ho ormai imparato a riconoscere nei mesi vissuti qui, nella solitudine di questo paesino texano, lo stesso che ha saputo darmi nuovi spunti, farmi sorridere per le piccole cose e rimpiangerne altre con le lacrime agli occhi. Ma in questi giorni i contrasti interiori si sono accentuati e alla domanda "come stai?" non saprei trovare una risposta che corrisponda al vero, parole abbastanza intense da esprimere la forza di queste emozioni da cui vengo costantemente travolta. In questo mese di luci e candele profumate,mani congelate e sospiri sospesi nel freddo mattutino, pensare a tutta la strada che ho fatto per arrivare fin qui mi lascia uno strano senso di stanchezza addosso, e la sensazione che se dovessi ricominciare, forse non sarei in grado di sopportare un'altra volta certi momenti, certe giornate, certi pensieri che hanno attraversato la mia mente da agosto fino ad oggi.

Sarà quella stanchezza che si avverte alla fine di una lunga giornata, la monotonia di una quotidianità che ho ormai costruito e in cui spesso mi ritrovo da sola, il non riuscire a riconoscersi, il mancarsi...

Sarà  che il minestrone in scatola ha sostituito quello di papà, o quel momento in cui la mia sorella ospitante abbraccia la madre all'improvviso e mi ritrovo a desiderare di poter fare lo stesso con la mia, che cinque mesi sono lunghi e che,nonostante questo, non ci si abitua mai a una mancanza, a un'assenza. 

Saranno i messaggi che i miei amici si mandano, e quel senso di lontananza che mi pervade quando penso a cosa avrei risposto se adesso non mi trovassi qui; sarà il non poter passeggiare in un banalissimo venerdì pomeriggio e fermarsi a prendere una cioccolata calda quando mamma stacca da lavoro, il sentirsi ancora a disagio quando apro il frigo, il rileggere vecchie conversazioni con mia sorella, il "posso andare a dormire da Chiara?" e il "chi mi porta a pianoforte oggi?" 

Dicembre è un mese complicato.

E’ svegliarsi alle cinque di mattina e camminare su un tappeto di foglie nel buio che avvolge il porticciolo di casa, stringersi nel cappotto e guardare le stelle che brillano come lucciole nel cielo.  È mandare un buongiorno e chiedersi come staranno trascorrendo quella giornata in Italia, è controllare il meteo di due posti distanti un oceano, guardare l’orologio e automaticamente aggiungere sette ore, contare i giorni che mancano alle vacanze, maledire l’ennesima buca e il caffè che minaccia di rovesciarsi sul sedile della macchina. 

Ma dicembre è anche avere un vero abete in salotto o una calza con la propria iniziale appesa al camino,  è un pacco sul mobile della cucina in attesa di essere spedito e le lettere e e i libri e le parole lette alla luce del fuoco. È respirare amore, gioia, gratitudine. È saper perdonarsi e saper perdonare. È piangere perché in fondo casa ti manca, ed è asciugarsi le lacrime perché in fondo a casa ci sei già. È capire chi sei, e chiedersi chi sarai tra una manciata di secondi. È svegliarsi col sorriso e addormentarsi con le lacrime. È ricevere un abbraccio dalla tua mamma ospitante in una domenica dai pensieri tristi ed è sapere che nonostante tutto un modo per rialzarsi c'è sempre. 
Dicembre è tante cose, persone, esperienze e promesse, ma sopratutto, e in modo estremamente profondo, è tante, infinite, meravigliose emozioni. 


Travel isn’t always pretty. It isn’t always comfortable. Sometimes it hurts, it even breaks your heart. But that’s okay. The journey changes you; it should change you. It leaves marks on your memory, on your consciousness, on your heart, and on your body. You take something with you. Hopefully, you leave something good behind.

Anthony Bourdai



#33 The hush before winter

Novembre.

Tutto sta cambiando intorno e dentro di me. Il paesaggio che si tinge d’arancio bruciato, le foglie che si staccano con malinconia dagli alberi per posarsi su fredde strade solitarie nel sublime silenzio mattutino, il cielo che pare sbiadirsi in lacrime di pioggia sospinte da frizzanti venti autunnali. Mi sento parte di tutto ciò, un tratto di pennello che si è aggiunto a questo quadro quasi senza volerlo, e quasi senza accorgersene in un tempo indefinito, una frazione di secondo, battito di cuore, sospiro nel buio della notte. 

E in quell’attimo tutto è cambiato, ciò che ti rendeva triste adesso è la causa del tuo sorriso, ciò che ti preoccupava diventa la certezza sulla quale costruisci la tua felicità, ogni giorno, con la forza che trovi in quello che ti circonda, nei sorrisi che fino a tre mesi fa non sapevi riconoscere e che adesso sono un po' la tua casa, il tuo rifugio.

Il tempo vissuto qui mi ha regalato nuove prospettive, esperienze che mi hanno arricchito, persone che stanno cambiando la mia vita profondamente, obiettivi che hanno spostato la linea del mio orizzonte un po’ più lontano dal punto di partenza. Sto trovando me stessa qui, e credeteci quando vi dicono che si può sempre avere un nuovo inizio, che la magia sta nel saper scegliere chi vogliamo essere, avere la libertà di decidere dove vogliamo andare da qui in avanti.

Perché è davvero così, tutto dipende da noi e soltanto noi abbiamo il potere di cambiare ciò che non ci rende felici e che invece ci ferisce. Sta a noi decidere se vale la pena soffrire per una situazione, per una persona, per una delusione che pesa come un macigno o per quei silenzi dagli echi infiniti. Sta a noi renderci conto che la serenità la si trova nelle piccole cose, nei piccoli gesti, negli atti di bellezza che non ti aspetti e che ti sorprendono in una giornata più difficile delle altre. E imparare a concederci questa serenità richiede tanto tempo quanta forza interiore, e spesso il prezzo da pagare ha il sapore salato delle lacrime. Ma la scelta è solo tua, e anche quando pensi di aver toccato il fondo hai sempre due alternative: o resti giù, incatenata alle paure e ai mostri che genera la tua mente, oppure ti dai la spinta per risalire con il coraggio e la forza che trovi nelle parole delle persone amate, dei libri imparati a memoria, della tua voce interiore che ti sprona a resistere, ad andare avanti anche quando il vento non soffia dalla tua parte.

Chi ha detto che deve essere semplice? 

Sono gli ostacoli a rendere il percorso più avvincente, le difficoltà a regalarti le soddisfazioni più grandi quando, guardandoti indietro, ti rendi conto di quanta strada hai percorso, di quante salite sei riuscito a superare. E nel momento in cui non hai più radici che ti intrappolano in un luogo, ti innamori della libertà che hai conquistato con il sacrificio che comporta un cambiamento improvviso, e capisci che una volta imboccata questa strada non hai più la possibilità, né tantomeno il desiderio, di tornare indietro.



"How do you know what a dream is if you never accomplished one?How do you know what an adventure is if you never took part in one?How do you know what anguish is if you never said goodbye to your family and friends with your eyes full of tears? How do you know what being desperate is, if you never arrived in a place alone and could not understand a word of what everyone else was saying? How do you know what diversity is if you never lived under the same roof with people from all over the world? How do you know what tolerance is, if you never had to get used to something different even if you didn’t like it? How do you know what autonomy is if you never had the chance to decide something by yourself? How do you know what it means to grow up, if you never stopped being a child to start a new course? How do you know what being  helpless is, if you never wanted to hug someone and had a computer screen to prevent you from doing it? How do you know what distance is, if you never, looking at a map, said “ I am so far away”? How do you know what a language is, if you never had to learn one to make friends? How do you know what patriotism is, if you never shouted “ I love my country” holding a flag in your hands? How do you know what the true reality is, if you never had the chance to see a lot of them to make one? How do you know what an opportunity is, if you never caught one? How do you know what pride is, if you never experienced it for yourself at realizing how much you have accomplished? How do you know what seizing the day is, if you never saw the time running so fast? How do you know what a friend is, if the circumstances never showed you the true ones? How do you know what a family is, if you never had one that supported you unconditionally?. How do you know what borders are, if you never crossed yours to see what there was on the other side? How do you know what imagination is, if you never thought about the moment when you would go back home? How do you know the world, if you have never been an exchange student?" 

#32 AND I WOULD UNDERSTAND IF YOU CAME BACK DIFFERENT…


 
Le strade baciate dal sole autunnale, i pick ups della Ford e le chiome degli alberi che iniziano a tingersi d’arancio come le zucche sui porticcioli delle case.

La curva di Pine Road, immersa nel verde, e il sollievo quando finalmente incontra la via di casa.

La sveglia delle cinque e venti, il freddo pungente e le stelle brillanti nel buio delle prime ore del giorno.

Il martedì e il venerdì  per le partite di pallavolo; il mercoledì per le gare di cross country.

Le riunioni con i seniors, i progetti per il fall festival, le magliette personalizzate e  il fantasticare sulla Graduation.

La schedule della stagione di pallavolo appesa al lato del letto, io che la controllo ogni mattina, il borsone nero con il numero otto, il ghiaccio sulla caviglia e le scarpe di cross country irriconoscibili dopo un allenamento nel fango.

Il supporto dei coaches, il tifo della scuola, il “mine, mine” per confondere l’altra squadra, il “you’re almost done” durante una gara di cross country quando, in realtà, sei solamente a metà tragitto.

L’ora di inglese, l’unica classe in cui si può mangiare; la classe di governo e storia americana per lo scheletro appeso alla finestra, le zucche sul davanzale, le caramelle Tootsie roll e le candele al sidro di mele; matematica all’ottavo periodo per Peyton, l’unica a frequentare trigonometria con me, e il professore che mi vuole nel team della scuola.

La mia mamma ospitante quando torna a casa con le buste della spesa, io che mi offro di aiutarla e lei che sorride. Il sarcastico “shut up Spaghetti Madness” del mio papà ospitante quando sono silenziosa e immersa nei miei pensieri.

Le conversazioni con l’Italia, vuote e deludenti; gli ultimi messaggi con la mia famiglia, intorno alle tre, e la tristezza che si avverte nella mia “buonanotte” e nella loro “buona giornata”.

Ottobre, il caffè, il piumone, il tempo che passa, il Pink Out di martedì, Halloween, il pumpkin spice latte, i cinnamon rolls, le scommesse su quale professoressa bacerà un maiale durante il pep rally, i weekends e le ciambelle della domenica, il terzo mese in America, il cibo messicano e i tacos al posto del pane, la gioia del cucinarsi un piatto di pasta, la nostalgia e l’eccitazione del vivere lontano da casa, il Thanksgiving che si avvicina, la senior night, le foto per l’annuario, la classe del 2016, le giornate sempre più fredde, gli allenamenti di cross country subito dopo scuola, la lista di propositi e la sorpresa quando ti accorgi che, per la prima volta, li stai rispettando, i messaggi con quei professori che non hanno mai smesso di starti vicino, il porridge alla cannella, la musica country e gli stivali texani, gli scoiattoli nel giardino di casa e i cerbiatti ai lati della strada, Brenlee che cade dal letto mentre dorme, Montana che sta imparando l’italiano, Donald che muore dalle risate guardando The big bang theory, Paula che fa il possibile per farmi sentire a casa e che, con la sua dolcezza, ci sta riuscendo… la consapevolezza che tutto questo mi mancherà.

… THERE IS A LOT TO LOSE AND FIND OUT THERE, MORE THAN YOU’LL EVER KNOW.